Teatro e Danza
dal  19 Settembre
al  22 Settembre
giovedì e venerdì ore 21, sabato ore 19, domenica ore 17
Chiesa dell’Annunziata Pesaro (PU)334.3193717www.teatridipesaro.it

Descrizione

Glauco Mauri, uno dei più grandi artisti teatrali italiani, porta in scena De Profundis di Oscar Wilde, sua la versione teatrale della lunghissima lettera, quasi una autobiografia che Wilde con la sua arte arguta e intelligente ha trasformato in una parabola universale della sofferenza, del valore dell’arte e dell’amore. Un lavoro di elaborazione, per l’adattamento teatrale, mirato innanzi tutto a eliminare le parti troppo letterarie, le non poche imperfezioni (dovute alle pesanti restrizioni carcerarie), omissioni, ridondanze e sequenze spazio temporali non rispettate, dell’epistola per renderla “scenicamente efficace”.
 
Nel 1895 Oscar Wilde, notissimo scrittore e commediografo di successo (tre sue commedie erano contemporaneamente in cartellone a Londra) fu condannato a due anni di lavori forzati, il massimo della pena per i reati di “gross indecency”. Al carcere duro, che minò fortemente il suo fisico, si unirono la bancarotta finanziaria, l’ostracismo della società, il divorzio dalla moglie e la perdita dei figli.
Wilde scrisse il De Profundis durante gli ultimi mesi della prigionia nel carcere di Reading. Il nuovo direttore, più sensibile nei suoi riguardi, gli concesse l’uso di carta e penna, severamente proibiti dal durissimo regime carcerario a cui erano sottoposti gli omosessuali.
 
Il De Profundis è una lunga lettera dedicata al suo giovane amico Alfred Douglas con il quale ebbe per qualche anno un’intima relazione. Ma in due anni di carcere Alfred non gli scrisse mai una sola riga.
Verso la fine della sua condanna Oscar Wilde ebbe il permesso di scrivere una lettera. Al mattino gli veniva consegnato un foglio e alla sera quel foglio gli veniva ripreso riempito dalle parole di solitudine, di angoscia ma anche dalla speranza che la maturazione del dolore può dare ad un’anima disperata. Solo alla fine della prigionia gli furono consegnati tutti i fogli da lui scritti.
È una lettera di dura verità e di dolcissimo dolore. Poesia, poesia di vita vera, tra le più vere che ho avuto la gioia di incontrare nei miei lunghi anni.
Spero sia così anche per voi.
È uno spettacolo particolare dove so di correre dei rischi, lo so e di questo ne sono entusiasta perché umilmente convinto di proporre al teatro qualcosa di “nuovo”. Glauco Mauri
 
Con l’occasione sarà presentato a Pesaro
il libro di Glauco Mauri
LE LACRIME DELLA DUSE
Ritratto di un artista da vecchio
a cura di Mauro Paladini
Edizioni Falsopiano, collana Le Arti diretta da Mario Gerosa
[data, luogo e orario in via di definizione]
“Vorrei fosse chiaro che non mi servo della vita per parlare di me ma uso me stesso per parlare della vita. Ho più di novant’anni e ho sempre cercato di stare con le antenne della mente e del cuore ben vibranti, per tentare di comprendere qualcosa della grande avventura del vivere. A quindici anni sono salito, per la prima volta, sopra un palcoscenico, poi per settantadue ho dedicato la mia vita al teatro. Luci e ombre, successi e fallimenti e devo confessare che i secondi mi sono stati più utili”
Glauco Mauri racconta e riannoda i fili dei ricordi della sua prodigiosa vita.
Natali a Pesaro (1930) e adolescenza vissuta durante la guerra con la sola mamma, e i due fratelli di molto più grandi al fronte.
L’amore per il teatro nato prestissimo e, ancora ragazzino, spettatore assiduo degli spettacoli lirici al Teatro Rossini, dove correva su per cinque piani di scale fino al loggione, a prendere posto anche per una vecchia signora.
Ricordi vivi del periodo della guerra, dei primi passi in teatro, i primi lavori e la squadra di calcio che allenava.
L’ammissione all’Accademia d’Arte Drammatica e il primo grande successo da professionista, a soli ventitré anni nel ruolo di Smerdjakov, ne I fratelli Karamazov nella compagnia Lilla Brignone e Gianni Santuccio, diretto da Andrè Barsacq.
Il racconto delle tournée sudamericane con Memo Benassi nei primi anni Cinquanta. A questo grande interprete del teatro italiano del Novecento si deve il magnifico e commovente ricordo che ha dato il titolo al libro. La Compagnia era a Buenos Aires, tra gli altri titoli in programma anche Spettri di Ibsen, quando, l’ultima sera prima del rientro in Italia, Mauri fu chiamato in camerino dal grande attore, che tirò fuori dal suo baule una sacca di tela grigia contenente una giacca. “Ecco, questa è la giacca che indossavo quando facevo Osvaldo con la Duse in America. Ce l’avevo anche a Pittsburgh, quando morì trent’ anni fa. Da allora non l’ho più indossata. Volevo indossarla qui in America ma ho messo su un po’ di pancetta e non mi va più bene. La do a te. Mi chiedi sempre della Duse e so che, anche se non l’hai mai conosciuta, le vuoi bene. Custodiscila tu come l’ho custodita io, con amore e per tanti anni. Tieni è tua.”
Era una giacca di velluto nero un po’ vissuta dal tempo, l’aveva donata come un passaggio di consegne al giovane Mauri, aggiungendo: “E ricorda, su questa spalla ci sono le lacrime della Duse”. Sulla spalla sinistra, quella su cui la signora Alving piangeva alla fine di Spettri.
Un libro ricco di aneddoti sui tanti incontri con personaggi famosi o non.
La nascita della propria Compagnia, quando decide di percorrere una strada propria e autonoma affiancato da Roberto Sturno. Compagnia Mauri Sturno che in quarantadue anni di attività, ha affrontato i testi sommi della storia del teatro con una propria sigla interpretativa.
A Roberto Sturno, deceduto lo scorso settembre, insostituibile compagno di lavoro per cinquant’anni, è dedicato il libro.
Ricordi di una lunga carriera intrecciata con la vita, che sono anche ricordi della storia teatrale italiana.

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