Devoluzione del ducato di Urbino alla Santa Sede

Con la morte senza eredi all’età di 83 anni del duca Francesco Maria II Della Rovere, avvenuta a Casteldurante (Urbania) il 28 aprile 1631, cessava di esistere il Ducato di Urbino, piccolo ma glorioso stato che si estendeva a cavallo dell’Appennino umbromarchigiano tra Gubbio, la stessa Urbino, il Montefeltro e il Mare Adriatico. Al suo posto sarebbe stata creata la Legazione di Urbino, dipendente dalla Santa Sede, in pratica il ducato che era stato dei Montefeltro diventava una provincia dello Stato della Chiesa. Il passaggio fu piuttosto complesso ed ebbe conseguenze sulla storia delle Marche perché con esso iniziava un lungo periodo di marginalità per un territorio che tra XV e XVI secolo era stato importante per gli equilibri politici italiani e soprattutto per la diffusione della cultura di corte del Rinascimento. Se il periodo più felice del ducato di Urbino fu quello trascorso sotto la signoria dei Montefeltro – in particolare Federico III e Guidubaldo I – anche sotto i Della Rovere, che portarono la capitale a Pesaro, continuò il mecenatismo da parte dei duchi e il piccolo stato, che era formalmente vassallo della Chiesa, continuò a godere della sua autonomia.

Francesco Maria II Della Rovere

Francesco Maria II, nato nel 1549, ricevette un’educazione di corte a Madrid. Richiamato in patria a causa, sembra, di una relazione sentimentale con una gentildonna spagnola riprovata dal padre, fu costretto da Guidubaldo II a un matrimonio senza amore con Lucrezia d’Este (1535-1598) sorella del duca di Ferrara Alfonso II, di quindici anni più anziana di lui e dalla quale non ebbe figli. Si interessò invece alle imprese militari, prendendo parte, con 2000 soldati del suo ducato, alla battaglia di Lepanto con l’armata della Lega Santa. Succedette al padre nel 1574 licenziando e anzi mettendo sotto accusa due suoi ministri. Fu un oculato amministratore della cosa pubblica riducendo sensibilmente il debito dello Stato. Benché egli fosse meno incline dei suoi predecessori al mecenatismo, ebbe in comune con essi l’amore per i libri tanto che mise insieme una ricca biblioteca nel suo palazzo di Casteldurante, che negli ultimi anni di vita fu la sua dimora preferita. Torquato Tasso, che fu suo ospite, lo definì “principe formato da filosofo”, mostrando di apprezzarne la cultura. In politica estera fu, anche per i rapporti intessuti nei tre anni trascorsi a Madrid, filospagnolo e temendo le trame dei pontefici per annettersi il Ducato, si avvicinò alla Toscana dei Medici. Alla morte della moglie Lucrezia d’Este (da cui il duca viveva da tempo separato) la prospettiva dell’annessione si fece più concreta poiché non vi era alcun erede, e il duca Francesco Maria sembrava rassegnato alla fine della sua dinastia, ma le preghiere dei sudditi di sposarsi nuovamente e di dare a se stesso una discendenza e al Ducato la continuità, lo indussero alle nozze, avvenute nel 1599, con la cugina quattordicenne Livia Della Rovere (1585-1641), da cui lo separavano 36 anni. Ancora una volta non si trattò di un matrimonio d’amore. Il compito della quasi bambina Livia era quello di dare al duca di Urbino un erede maschio. La nascita di Federico Ubaldo, il 16 maggio 1605, sembrò dare al Ducato la possibilità di superare la situazione di incertezza che stava attraversando. La fedeltà dei sudditi ai Della Rovere era dovuta al fatto che le lucrose condotte militari da essi assunte (come era avvenuto con i Montefeltro) garantivano forti entrate alle casse dello Stato (e perciò una bassa pressione fiscale sulla popolazione), e alla piccola corte di Pesaro una presenza visibile negli affari italiani.

La successione mancata di Federico Ubaldo e la devoluzione

Dopo un periodo di relativa stabilità, nel 1615 Francesco Maria si ammalò seriamente destando la preoccupazione del papa che il granduca di Toscana potesse approfittare della situazione per occupare il Ducato. Ciò non avvenne perché il duca guarì, ma quando pochi anni dopo, nel 1621, egli fece sposare il figlio adolescente Federico Ubaldo con Claudia de’ Medici, divenne palese la sua scelta di porre il Ducato sotto la tutela medicea contro le mire annessionistiche del Papato. I due giovani coniugi ebbero una figlia, Vittoria, prima che Federico Ubaldo morisse prematuramente a diciotto anni, nel 1623. Francesco Maria aveva 74 anni e dovette rassegnarsi alla devoluzione del suo Stato alla Chiesa. Intanto mandò la nipotina Vittoria a Firenze, dove l’attendeva un futuro di granduchessa. Il nuovo pontefice Urbano VIII premeva perché il duca rinunciasse al governo del suo Stato prima ancora della sua morte. Dopo varie trattative infine il duca cedette e nel dicembre 1624 comunicò ai suoi sudditi che avrebbe trasferito a un governatore nominato dalla Chiesa i suoi poteri amministrativi, civili e criminali, riservandosi solo il diritto di giudicare qualche causa. Il 1° gennaio successivo il nuovo governatore pontificio mons. Berlinghiero Gessi assunse i poteri del duca, due anni dopo nel 1627 gli successe nella sua carica mons. Lorenzo Campeggi, vescovo di Cesena e poi di Senigallia. Francesco Maria si ritirò a vita privata spegnendosi, come si è detto, a Casteldurante all’età di 83 anni. La sua morte segnò, anche formalmente, la fine del Ducato di Urbino. Fu istituita così la Legazione di Urbino, che sarebbe stata governata da un cardinale legato. Le leggi vigenti del Ducato furono per lo più mantenute, in uno spirito di continuità gradito alla popolazione. Piuttosto triste fu il destino di Livia Della Rovere, la donna che aveva dato un erede al duca: papa Urbano VIII le diede, come compensazione per la perdita del Ducato, il governo di Roccacontrada (Arcevia) e Corinaldo, cui aggiunse in seguito Gradara e San Lorenzo in Campo, che era stato il feudo appartenuto al padre. Le fu concesso di rivedere la nipote Claudia solo in occasione delle sue nozze con il granduca Ferdinando II (1637). Morì nel suo palazzo di Castelleone di Suasa nel 1641.

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