Sant’Angelo in Vado, la storia

Sant’Angelo in Vado è una cittadina di 4100 abitanti che sorge lungo l’alto corso del fiume Metauro, in provincia di Pesaro e Urbino. Fa parte della Comunità montana dell’Alto e Medio Metauro. Antica sede vescovile, è unita dal 1977 all’arcidiocesi di Urbino.

Da Tiphernum Mataurense al ducato di Urbino

Le origini di Sant’Angelo sono da ricercare nel municipio romano di Tiphernum Mataurense, di cui sono stati ritrovati significativi reperti, oggi conservati nel locale Antiquarium. Presso Campo della Pieve, a breve distanza dal centro storico di S. Angelo, una campagna di scavi ha recentemente riportato alla luce la Domus del Mito, una grande dimora gentilizia eretta verso la fine del I sec. d.C., ornata da un ricco complesso di mosaici pavimentali figurati di straordinaria bellezza.

Tiphernum fu distrutta completamente durante la guerra greco-gotica (VI sec. d.C.) e le sue rovine furono ricoperte dai terreni alluvionali del Metauro. La rinascita avvenne sotto i Longobardi che dedicarono il nuovo centro abitato all’arcangelo Michele, da cui venne il nome di Sant’Angelo. La specificazione “in Vado”, aggiunta più tardi, viene interpretata da alcuni come “guado”, cioè attraversamento (del Metauro), e da altri con il nome di una pianta da cui si ricavava un inchiostro scuro – il guado, per l’appunto – che cresceva spontaneamente lungo il fiume ed è stata a lungo utilizzata per la tintura dei tessuti. Ciò diede una certa importanza economica alla cittadina, che nel Medioevo fu capoluogo di una provincia dello Stato della Chiesa chiamata Massa Trabaria, la quale comprendeva un territorio montuoso compreso tra Cagli, Urbino e l'Appennino (mutato nel corso dei secoli) ed era amministrata da un parlamento. Il nome derivava dal fatto che da questa massa (zona boscosa) si prelevavano grandi quantità di tronchi per farne travi (di qui trabaria), spesso trasportate a Roma.

Alla metà del Trecento, secolo in cui si era edificato il palazzo della Ragione, sede del Comune, Sant’Angelo cadde sotto la signoria dei Brancaleoni che durò sino al 1437, quando passò ai Montefeltro. Da allora sino alla fine del ducato di Urbino la cittadina seguì le sorti della città feltresca essendo partecipe dell’alta civiltà rinascimentale e manierista urbinate e contribuendo ad essa con l’apporto dei suoi grandi artisti.

Tra essi primeggiano Taddeo Zuccari (1529-1566), esponente di spicco del Manierismo romano, e il fratello Federico (1539-1609) che lo seguì nella capitale. Ben presto Taddeo fu chiamato a Urbino, dove lavorò su commissione del duca Guidubaldo II. Taddeo Zuccari è sepolto al Pantheon, a Roma, al fianco di Raffaello, alla cui arte si era ispirato. Federico Zuccari completò molte opere incompiute del fratello e lavorò anche nella città natale e in altri centri delle Marche, tra cui Loreto, dove affrescò la cappella dei Duchi di Urbino. Un altro Zuccari, Giovampietro, diede impulso all’importante scuola vadese di intaglio del legno, che diede eccellenti risultati nei portali di diversi edifici religiosi, come la cinquecentesca chiesa francescana di S. Bernardino.

Dai Montefeltro al Novecento

Passata nel 1631 sotto il diretto dominio della Chiesa (Legazione di Urbino), cinque anni più tardi  papa Urbano VIII conferì a Sant’Angelo in Vado il titolo di città e la promosse a diocesi insieme a Urbania.

Tra i secoli XVI e XVIII Sant’Angelo si andò arricchendo di chiese e pregevoli opere d’arte. In particolare la chiesa di S. Maria dei Servi, di origine trecentesca, che contiene una Madonna in gloria attribuita al sommo scultore fiorentino Lorenzo Ghiberti e tele di importanti artisti. Anche la cattedrale, dedicata a S. Michele Arcangelo, patrono della città, di fondazione medievale, fu trasformata e ornata da dipinti attribuiti a Gentile da Fabriano, Claudio Ridolfi, Guido Reni e altri. Un notevole pittore vadese del primo Settecento, le cui opere si trovano nella cattedrale oltre che in S. Maria dei Servi, è Francesco Mancini (1679-1758) che ebbe prestigiose committenze a Roma. La seicentesca chiesa di S. Filippo è caratterizzata da un’insolita pianta ottagonale con tiburio. Sul suo altare maggiore si trova una Madonna in legno dorato attribuita a Lorenzo Ghiberti e l’interno è impreziosito da dipinti di vari pittori che ritraggono momenti della vita della Vergine. La chiesa di S. Caterina d’Alessandria (detta “delle bastarde”) risale al XV secolo, ma possiede al suo interno opere del Cinque-seicento. Non più officiata, oggi è stata trasformata in Auditorium.

Nel Settecento furono ristrutturate le chiese medievali di S. Caterina al Corso, ornata da un bel portale ligneo cinquecentesco, di S. Chiara, che ospita terrecotte dei Della Robbia, e di S. Francesco, già gotica, dalla maestosa facciata e dal vasto e ricco interno.

Nel 1769 il cardinale Gian Vincenzo Ganganelli, nativo di Santarcangelo di Romagna ma di illustre famiglia vadese, divenne papa con il nome di Clemente XIV. Al pontefice la città dedicò un monumento che si trova davanti a palazzo Fagnani, dal 1838 sede comunale.

Le vicende di Sant’Angelo tra Sette e Ottocento seguono le sorti della Legazione di Urbino. Viene ricordata una sosta di Garibaldi in città durante la sua fuga verso Venezia seguita alla caduta della Repubblica Romana del 1849. Dopo l’Unità d’Italia la cittadina contava 3640 abitanti, che aumentarono gradualmente nel secolo successivo fino a sfiorare i 5000 nel 1951, per subire poi una notevole flessione nei decenni successivi.

Tartufi e cultura

La ripresa è venuta dagli anni Sessanta in poi anche grazie alla valorizzazione di un’importante voce dell’economia locale, il tartufo bianco, legato alla presenza di terreni marnoso-calcarei e argillosi nell’Alta Valle del Metauro.

Dal 1964 si tiene a Sant’Angelo in Vado la Mostra del Tartufo Bianco Pregiato, una delle più importanti d’Italia in questo settore. La manifestazione si svolge nelle ultime tre settimane di ottobre e rappresenta un contenitore di diverse iniziative culturali, gastronomiche, sportive, scientifiche e di spettacolo.

Inoltre a Sant’Angelo è presente il Centro Sperimentale di Tartuficoltura per lo studio e l’applicazione di tecniche di coltivazione di questo tubero, all’avanguardia per le tecnologie di micorizzazione e di certificazione. A fianco del Centro è presente un grande vivaio forestale che produce ogni anno migliaia di piantine tartufigene.

Al turismo legato alla tartuficoltura la cittadina ha saputo affiancare un turismo dell’arte attraverso le sue sedi museali, in particolare il complesso di S. Maria extra muros (chiesa e convento), con la ricca sezione archeologica e il Museo d’Arte Sacra comprendente opere di alto valore. Di grande interesse sono il Museo dei Vecchi Mestieri, allestito nei sotterranei di palazzo Mercuri (edificio anch’esso pregevole per i dipinti del Settecento alle pareti e il soffitto in stile Liberty) e il palazzo Fagnani che custodisce molti dipinti, tra i quali una grande tela di Federico Zuccari.

A cura di Pier Luigi Cavalieri

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