Cavour nomina Lorenzo Valerio commissario per le Marche

Pochi eventi, nella storia moderna delle Marche, sono stati così decisivi e portatori di conse-guenze di lungo periodo come l’insediamento del regio commissario generale straordinario Lo-renzo Valerio. I primi di settembre 1860 le truppe piemontesi, oltrepassato il Metauro, stavano ra-pidamente occupando la regione ma non si era ancora combattuta la battaglia di Castelfidardo (18 settembre) e neppure era stata conquistata Ancona (la quale si sarebbe arresa solo il 29), che già il governo Cavour da Torino aveva nominato, il 12 di quel mese, Lorenzo Valerio con pieni poteri di governo su tutta la regione. 

Lorenzo Valerio

Lorenzo Valerio era allora un imprenditore della seta e un uomo politico piemontese (nato a To-rino nel 1810) nel pieno della sua carriera. Simpatizzante per le idee liberali già a 21 anni, aveva subìto una perquisizione della polizia politica che lo aveva indotto ad allontanarsi dal Piemonte compiendo  viaggi d’affari in Europa dal 1831 al 1836. Tornato in patria si era dedicato sia all’attività imprenditoriale, dirigendo un setificio, che al giornalismo, fondando dei periodici di educazione popolare che sarebbero stati chiusi dal governo perché considerati troppo liberali. Eletto deputato, nel 1848 divenne uno dei capi della Sinistra liberale nel Parlamento subalpino spesso av-versando il più conservatore Cavour. Dopo la conclusione della Seconda guerra d’indipendenza, il capo del governo, Urbano Rattazzi, gli conferì la carica di regio commissario per la provincia di Como, incarico che ricoprì con buoni risultati e che conservò anche dopo il ritorno al governo di Cavour nel gennaio 1860. Valerio si distingueva nel Parlamento subalpino per l’avversione ai pri-vilegi della Chiesa e l’ostentato anticlericalismo, ma anche per gli ideali di solidarismo sociale che professava. Cavour, dopo la fallita insurrezione delle città marchigiane che avrebbe dovuto accom-pagnare l’arrivo dei soldati piemontesi, non si fidava troppo di quella regione troppo legata alla Chiesa e scelse, per governarla nella delicatissima fase di passaggio tra lo Stato Pontificio e il nuo-vo Regno d’Italia, il più laico e anticlericale dei deputati piemontesi. 

I quattro mesi di Valerio commissario per le Marche

L’azione di governo di Lorenzo Valerio nelle Marche fu rapida – si risolse in soli quattro mesi – ma assai incisiva. Valerio stabilì la propria sede ad Ancona, riordinando i territori già appartenuti alla Legazione delle Marche istituita da Pio IX appena dieci anni prima (1850). Le sei province dell’ex  Legazione furono ridotte a quattro: Urbino e Pesaro, Ancona, Macerata e Ascoli, con la soppres-sione di Camerino (aggregata a Macerata) e Fermo (unita ad Ascoli), con l’unione di Senigallia e altri comuni ad Ancona e con la perdita di Gubbio che passava alla provincia di Perugia. 

Valerio estese alla nuova regione adriatica lo Statuto albertino e la legislazione piemontese ema-nando ben 840 decreti sui più diversi aspetti della vita civile, sociale ed economica, permettendo così l'integrazione della regione nel costituendo Regno d'Italia. 

Le linee di governo di Valerio, che non volle ministri intorno a sé accentrando tutte le decisioni e firmando personalmente tutti i decreti, riguardarono in particolare l’ordinamento politico-amministrativo dei comuni e delle province, che prevedeva l’elezione dei consiglieri, l’adozione dei codici  civile, penale, commerciale del Regno di Sardegna, nonché della sua legge elettorale, l’abolizione della primogenitura e dei fedecommessi (che avevano garantito sotto lo Stato Pontificio il passaggio dell’intera proprietà familiare al solo primo figlio), la costituzione della Guardia Na-zionale e l’adozione del sistema metrico decimale.

Dopo i primi più importanti decreti, Valerio convocò il 21 ottobre 1860 un plebiscito che doveva ratificare con un voto popolare a suffragio universale maschili, l'annessione della regione al Regno di Sardegna. Il plebiscito si tenne il 4 e 5 novembre 1860 e i suoi risultati furono resi noti il giorno 9: avevano votato 135.019 elettori, i favorevoli all’annessione erano stati 133.783 i contrari 1.212, 260 i voti nulli. Tuttavia bisogna aggiungere che un’alta percentuale di elettori non aveva votato, in quanto i vescovi avevano proibito ai fedeli cattolici ogni forma di collaborazione con il nuovo go-verno, considerato usurpatore. 

I campi in cui si distinse l’attività di Valerio furono quelli, collegati tra loro, della legislazione ec-clesiastica e di quella scolastica nei quali procedette a una totale laicizzazione. Già il 25 settembre egli abolì le interdizioni esistenti per i non cattolici ai diritti civili e politici, garantendo con ciò la piena libertà di culto; due giorni più tardi abolì il tribunale della Santa Inquisizione, il Sant’Uffizio, il privilegio del Foro ecclesiastico e il diritto d'asilo nelle chiese; il 5 novembre introdusse anche le leggi piemontesi sulla manomorta ecclesiastica (che prevedevano un’imposta sui beni immobili della Chiesa); inoltre stabilì che, per ragioni igieniche, tutte le inumazioni dovessero avvenire fuori dalle chiese, all’interno dei cimiteri. 

Ben più grave per la Chiesa fu la completa laicizzazione della pubblica istruzione, decisa da Vale-rio il 6 ottobre, con la quale lo Stato si assumeva la gestione di tutte le scuole, dagli asili infantili (che il commissario straordinario curò in modo particolare, obbligando i comuni ad assumere mae-stre diplomate), ai Licei (furono istituiti i tre Licei statali di Fermo, Macerata e Senigallia, l’Istituto di Belle Arti di Urbino, la Scuola di Arti e Mestieri di Fermo), alle Università. La Chiesa marchi-giana si oppose strenuamente a tali provvedimenti che le sottraevano potere e influenza sulla socie-tà, e il vescovo di Fermo, card. Filippo De Angelis (1792-1877), pagò la sua opposizione con l’arresto e la reclusione durata sei anni in un convento a Torino.

Tra i provvedimenti di Valerio, il più impopolare fu certamente la leva militare obbligatoria, che non esisteva sotto lo Stato pontificio e che ebbe come risultato immediato una massiccia renitenza di giovani che si davano alla macchia, specialmente nelle campagne e nelle zone montane. 

Il regio commissario Lorenzo Valerio cedette i suoi poteri, considerando conclusa la sua opera, il 19 gennaio 1861. La sua carriera politica proseguì per pochi anni: nel 1862 fu nominato senatore del Regno, tre anni più tardi prefetto di Messina, città nella quale si spense dopo breve malattia il 26 agosto 1865. 

 

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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