Feste popolari
dal  17 Gennaio
al  18 Gennaio
Località Sant'Andrea di Suasa Mondavio (PU)www.ionino.it
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Descrizione

Spesso siamo noi i porci. Non perché mangiamo male, ma perché abbiamo delle perle nel piatto e non ce ne accorgiamo, troppo impegnati con il nostro coperto contemporaneo: il telefono.
Ispirandoci a Vonnegut e al suo God Bless You, Mr. Rosewater, parliamo della distanza tra valore ed esperienza. Oggi il pasto non inizia più con la forchetta, ma con la fotocamera: prima si inquadra, si cerca l’angolazione giusta, si aggiusta la luce, si pensa alla story perfetta. Poi – forse, se avanza attenzione – si assaggia. Mangiamo con gli occhi, ma ci fermiamo allo schermo. Consumiamo l’immagine del cibo, non la sua sostanza. E intanto il piatto si raffredda.
Abbiamo a disposizione prodotti straordinari, storie, saperi, territori unici, eppure li trattiamo come semplice sfondo per contenuti. Conosciamo a memoria gli stellati d’Italia – una sorta di Bibbia gastronomica con i suoi santi in ordine di stelle – ma a casa nostra perdiamo l’orientamento, dove le ricette nascono da secoli di aggiustamenti, errori, mani esperte e imprecazioni dialettali.
La Festa del Nino riscrive la tradizione con L’Arte del Norcino, La Coppa delle Coppe e Famolo Strano. Quest’anno nasce P&P – Perle e Porci: ogni anno una regione italiana contaminerà la nostra Co’ Voj Valley. Una sorta di Erasmus del gusto, dove i tagli della mezzena valgono quanto i crediti formativi. Per il 2026 abbiamo scelto il Molise. Sì, proprio lui. Quello che “non esiste”.
Il telefono rimane il nostro animale totemico: è la forchetta 2.0, quella con cui infilziamo il mondo prima ancora di assaggiarlo. Non vogliamo demonizzarlo – lo useremo anche noi, eccome – ma vorremmo spostarne l’uso di qualche minuto più in là. Prima si annusa, si ascolta chi ha prodotto, si guarda in faccia chi mangia con noi, si assaggia. Poi si fotografa. Prima la sostanza, poi l’apparenza. Prima il sapore, poi i
like. Prima la perla, poi il porco.
“Perle ai Porci” è un invito a recuperare la sostanza: non solo cosa c’è nel piatto, ma chi lo ha fatto, chi lo condivide, le storie che porta. Ci saranno serate in cui sapremo ascoltare e assaporare, altre in cui controlleremo i like prima ancora del conto.
L’importante è imparare a ridere di noi stessi e ricordarci che, anche nell’era dello scroll infinito, la vera rivoluzione resta sedersi, guardarsi, mangiare. Con la forchetta.
Quella vera.
E qui torna la domanda di Rosewater: “Come possiamo aiutarvi?” Nel romanzo era lo slogan di un miliardario che voleva salvare il mondo. Noi la facciamo scendere dal piedistallo e la portiamo a tavola: non più manifesto filantropico, ma semplice domanda rivolta al vicino che parla poco, a chi serve, a chi ha cucinato. Spostando l’attenzione dal piatto alle persone sedute intorno.
Gli ignoranti di spessore

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