L'eremo di Monte Giove a Fano

Presso Fano, su un’altura che domina la città e la vallata del Metauro, sorge l’eremo camaldolese di Monte Giove, suggestivo complesso sei-settecentesco di forma rettangolare comprendente gli edifici monastici con la chiesa di S. Salvatore. 

Il nome dell’alto colle ricorda un tempio pagano abbandonato da secoli, quando nel 1608 si iniziò sul posto la costruzione di un imponente complesso monastico per volere dei monaci camaldolesi  riformati di Monte Corona. Si tratta dell’ordine religioso che aveva preso il nome dal monte presso Perugia sul quale si era ritirato a condurre vita eremitica nel 1520 il suo fondatore Paolo Giustiniani. Il nuovo ordine, detto Compagnia degli eremiti di San Romualdo. era stato riconosciuto da Clemente VII nel 1524 e reso completamente autonomo dai camaldolesi quattro anni dopo. Alla sua fondazione aveva dato un decisivo contribuito un nobile fanese, il canonico della cattedrale Galeazzo Gabrielli, il quale aveva incontrato Paolo Giustiniani presso Gubbio nel 1520 dandogli consigli e assicurandogli i mezzi finanziari (derivanti dai diversi benefici ecclesiastici di cui godeva) per poter istituire le prime case del nuovo ordine. Egli stesso entrò a farvi parte con il nome di Pietro da Fano. 

Tale legame tra gli eremiti di Monte Corona e la città di Fano favorì la fondazione di un eremo nel territorio fanese, il che avvenne con la decisione in tal senso del Capitolo generale dell’ordine nel 1608 sollecitata dal Comune di Fano, il quale si impegnò a fornire ai monaci un cospicua quantità di grano per i primi dieci anni. Gli edifici, completati nel 1627, furono occupati subito da quindici religiosi. Trenta anni più tardi l’eremo di Monte Giove aveva già acquistato fama, tanto che vi giunse in visita l’ex regina Maria Cristina di Svezia. 

Tra gli edifici del complesso la chiesa di S. Salvatore, costruita su terreno instabile, dovette essere abbattuta e riedificata completamente nel 1741 in luogo più sicuro, su disegno dell’architetto Gian Francesco Bonamici da Rimini. Autore della bella facciata tripartita fu invece Sebastiano Ricci. L’edificio è a pianta ottagonale e conserva al suo interno le quattro statue di S. Benedetto, S. Scolastica, S. Pier Damiani e S. Bonifacio, opera di Carlo Santi. Alla metà del Settecento il complesso monastico era costituito oltre che dalla chiesa, da nove edifici per i monaci, separati da piccoli orti, da una biblioteca, dalla farmacia e da un muro di cinta. Fu questo il periodo migliore per la storia dell’eremo di Monte Giove, mentre alla fine del secolo, con l’invasione napoleonica, i monaci furono allontanati dal loro complesso. Vi fecero ritorno dopo la Restaurazione nel 1815, riprendendovi la vita comunitaria, ma nel 1863 la legge sulla soppressione dei conventi li costrinse di nuovo ad andarsene; presero così alloggio nella vicina Villa di S. Girolamo dove restarono per sette anni, finché non poterono tornare sul Monte Giove. Tuttavia il fatto che essi non fossero più i proprietari del convento portò al decadimento e, nel 1902, alla fine della loro comunità monastica. Nel 1925 il Comune di Fano decise di chiamare i Camaldolesi nell’antico eremo ed essi poterono farvi rinascere una comunità monastica. A poco a poco fu ricostituita anche l’antica biblioteca dispersa in età napoleonica.

Oggi l’eremo di Monte Giove continua ad essere un luogo di raccoglimento, ospitando anche convegni di studio. Inoltre i monaci offrono accoglienza a quanti intendono trascorrere brevi periodi nella foresteria dell’eremo condividendo con essi momenti di preghiera.

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