Strettamente legata alla storia di Urbisaglia è l’abbazia di S. Maria di Chiaravalle di Fiastra (tale è il nome completo), sorta nel 1142. I monaci cistercensi che la fondarono, provenienti da Milano, ricorsero proprio alle rovine dell’antica Urbs Salvia per la costruzione della loro chiesa, riutilizzando tra l’altro numerosi capitelli romani. L’imponente edificio, lungo 70 metri, raggiunge i 25 metri di altezza. Affianca la chiesa il monastero raccolto intorno a un suggestivo chiostro. L’ambiente più importante del cenobio era la Sala del capitolo, luogo di riunione quotidiana dei religiosi. Accanto ai monaci veri e propri, ma da essi separati, vivevano i conversi, che erano dediti ai lavori agricoli e di cui si conserva ancora il refettorio.
Questa abbazia ebbe una notevole importanza sia dal punto di vista religioso, per aver diffuso nella Marca la riforma monastica di S. Bernardo di Clairvaux, sia dal punto di vista economico, per la razionale gestione da essa attuata di ben sei “grange”, cioè fattorie cui facevano capo vaste proprietà terriere, che, infine, dal punto di vista culturale per la presenza in essa di uno scriptorium e di un ricco archivio.
La vita dell’abbazia scorse relativamente tranquilla fino al 1422, quando essendosi l’abate Antonio da Varano opposto al passaggio delle truppe mercenarie di Braccio da Montone, subì un duro saccheggio ad opera della stessa soldatesca. In seguito a tale terribile evento essa perse la propria autonomia e fu affidata prima a dei cardinali commendatari e poi ai Gesuiti, che ne amministrarono le proprietà. Nel 1773 l’intero complesso abbaziale fu ceduto ai principi Giustiniani Bandini che fecero costruire, addossato al chiostro, un imponente palazzo di forme neoclassiche destinato a propria residenza. La famiglia si sarebbe estinta nel XX secolo, lasciando tutte le proprietà a una Fondazione, che oggi gestisce una proprietà di ben 1.800 ettari di terra.
Nel 1985 fu creata la Riserva Naturale e il convento tornò ad essere abitato dai monaci cistercensi mentre in chiesa tornarono a risuonare i canti gregoriani.

A cura di Pierluigi Cavalieri

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