Le più antiche tracce dell’uomo qui risalgono al Piceno e sono state rinvenute sul Monte Franco, a nord dell’attuale abitato. Un luogo carico di storia per i Pollentini, dove il passaggio di antiche comunità è testimoniato dal ritrovamento di un’estesa necropoli, con tombe dell’ottavo secolo a. C., una testimonianza della ricorrente valorizzazione del sito nel corso della storia e di un fil rouge che segue il perpetuarsi dell’organizzazione sociale su questo colle, con forme diverse a seconda delle epoche, ma senza soluzioni di continuità.

Nel IV secolo sappiamo da Strabone e da Plinio il Giovane, di una Pneuentia annoverata tra le principali città del Piceno; siamo in età repubblicana, quando importanti centri come Trea e Ricina non sono ancora in grado di distinguersi a causa di un’espansione successiva d’età imperiale e augustea; anche Urbs Salvia, che in seguito le contenderà l’agro pollentino e la oscurerà con la sua esplosione demografica e politica, in questo momento è completamente ignorata da G. Cesare che pure, le passa vicino. Pollentia o Pneuentia è collocata lungo la direttrice dell’Itinerarium Antonini, tra Auximum, Septempeda e Firmum.

Successivamente, in epoca imperiale, adombrata dalla nascente Urbisaglia, diventa un mero luogo di transito di pellegrini diretti al santuario della Dea Bona, che sorge più a valle lungo l’Itinerarium Antonini, sull’area che diventerà sede dell’Abbazia di Rambona. A differenza di Urbisaglia che dall’altura si espanderà verso il basso, diventando un’importante città, Pollenza rimane arroccata sul suo belvedere, incapace di ampliarsi, a nord per la presenza del Monte Franco e a sud per l’affermazione di Tolentino e Urbisaglia, che le sottraggono lo spazio vitale.

Alla fine del I secolo d.C., la città continua ad esistere e a conservare la sua autonomia, pur essendo risucchiata nell’orbita di Urbisaglia. Il nome di Pollenza comincia a perdersi o ad essere usato solo per indicare il suo ambiente rurale, di proprietà, per vaste estensioni, del latifondista romano di origini franche, Flavio Orso. È uno di quei casi in cui il nome personale di un latifondista si sovrappone a quello del luogo e gli si sostituisce, sopravvivendo nel tempo.

Diverse testimonianze toponomastiche sono legate a questo nome: la più importante, Fondo Orsenano, riguarda il luogo in cui doveva sorgere la sua villa, a nord-est del centro abitato, vicino alla chiesa di San Valentino, in posizione, di netto dominio sulla valle detta successivamente “delle Moglie” per la sua natura paludosa. Una “Strada Ursicilla” conduce da questa villa a Recina e di lì fino al mare, dove presumibilmente Flavio Orso dispone di altri possedimenti: niente di più ovvio dunque, che crearsi una direttrice di collegamento con l’attuale strada “Regina”. Infine una Branca Orsina sta ad indicare il colle fra il Chienti, il Fiastra e l’Entogge, lungo l’arteria che da Pollenza porta all’Abbadia di Fiastra, sul quale, fino a tutto il Medio Evo, il Comune rivendicherà la sua sovranità in virtù della continuità storica con i discendenti di Flavio Orso che sono i proprietari di queste terre.

Intorno al 1201 Pollenza appare come Comune indipendente. Un documento infatti riferisce di un’alleanza stipulata in questo stesso anno, con Treia e Tolentino. Già da tempo ha mutato la sua denominazione in Monte Milone (probabilmente intorno all’ 879) dal nome del franco che la ricostruisce dopo le invasioni barbariche e che la riceve in feudo dal Papa e da Carlo III, per i suoi servigi.

Poiché più volte il Pontefice chiama in suo aiuto Carlo il Grosso per arginare l’avanzata dei Saraceni e per difendersi contro Guido da Spoleto, sembra verosimile che il franco (o longobardo) Milone, si trovasse al seguito dell’imperatore e si fosse poi fermato nella Marca di Ancona. Tale tesi potrebbe essere avvalorata dal fatto che Milone, è marito di Berta, sorella di Carlo Magno, il cui nome, contrassegna anche una frazione che si trova poco più a nord dell’Abbazia di Rambona, lungo la strada settempedana. Nel 1248 la posizione politica di Pollenza appare completamente ribaltata: Monte Milone è al centro di una confederazione, con Cingoli, Tolentino, Matelica, Camerino, San Ginesio e Montecchio ed esercita i suoi diritti sulle comunità vicine, ivi compresa Urbisaglia che è direttamente soggetta a Tolentino e Monte Milone.

Il grande centro di età imperiale, a causa anche di lotte intestine, è diventato un semplice villaggio che tra la fine del XIII secolo e l’inizio del XIV cade sotto la giurisdizione di Tolentino, mentre Pollenza, pur incapace di espandersi in età imperiale, dall’alto del suo colle mantiene intatta la sua identità e riesce ora a convertire il suo stato feudale in comunità cittadina.

L’impianto urbanistico è a schema radiocentrico; è un tipico esempio di adeguamento dei principi urbanistici romani, pensati per terreni pianeggianti, ai ripidi e fortemente variabili profili orografici delle aree collinari. A nord si sviluppano i quartieri di Santa Maria e San Salvatore, a sud quelli di S. Andrea e S. Bartolomeo. Il primo asse, che coincide con l’attuale via Roma, sfonda la cerchia murata e giunge fino al Cassero o Borgo Piazza Vecchia che alcuni identificano come principale centro difensivo del castello. San Bartolomeo si colloca a ridosso dell’attuale Porta del Colle, S. Andrea nel sito dell’attuale Piazza Ricci e Santa Maria dove sorgeva la chiesa - ospizio dipendente dall’abbazia di Rambona: qui muore nel 996 la figura più importante della comunità monastica rambonese, l’Abate S. Amico.

Nel 1285 la chiesa di Santa Maria viene ceduta dai monaci all’Ordine Francescano, che costruisce il convento, e nel 1496 è dedicata anche a S. Antonio in memoria dell’aiuto del santo, in occasione della peste. Già da questo momento il territorio di Monte Milone è pressappoco lo stesso del moderno Comune. Intorno al centro fortificato, denominato Castrum Montis Milonis, sorgono altri quattro castelli: il Cassero, Castel Gualdo, Gagliano e Castel Franco. Pare che su quest’ultimo risiedesse il nobile franco, padre di S. Amico. Mentre il Castello di Monte Milone cerca di resistere come può ai secoli difficili del Medio Evo, dal fondovalle, l’abbadia di Rambona cresce e consolida il suo ruolo di centro sociale oltre che religioso, divenendo sede di scambi e di attività commerciali, capace di attirare, in occasione di un’importantissima fiera, anche mercanti orientali.

Gli influssi bizantini su questo luogo, sono abbondantemente testimoniati dalla decorazione dei capitelli della cripta, dal tema ricorrente della croce greca, dalla presenza di San Flaviano, un santo di culto orientale e dalla presenza della Vergine, vestita e atteggiata come un’imperatrice bizantina, nel celebre dittico eburneo ritrovato nell’ abbadia e datato intorno al IX secolo. Queste tavolette forniscono utili informazioni su Rambona e indirettamente su Pollenza: oggetto di infiniti studi, confermano infatti l’origine romana dell’abitato, la presenza dell’elemento orientale attraverso la citazione di San Flaviano, la “data di nascita” dell’abbazia, la committenza e così via. Il dittico, fonte inesauribile di notizie, ha meritato numerose pubblicazioni descrittive ed interpretative a cui qui possiamo solo accennare.

Il Castello di Monte Milone dal canto suo, all’inizio rudimentalmente difeso da palizzate e case-torre, ha il suo cuore nel punto più alto, coincidente con l’attuale piazza; qui sorge una torre a base quadrata alla quale si appoggia la casa del feudatario che, al di là di ogni suggestione, viveva in condizioni del tutto primordiali. Per garantirsi dagli attacchi che quotidianamente minacciano l’incolumità delle popolazioni, la cinta fortificata viene ampliata fino a coincidere con le attuali Porta del Colle e Porta Santa Croce.

Secondo il costume del tempo, gradualmente vengono “convinti” all’incastellamento nel castrum principale, Castel Gualdo, Castel Gagliano, Castel Franco e il Cassero, forse con la forza, come avviene a Macerata, forse spontaneamente in considerazione del comune vantaggio nel resistere alle aggressioni esterne. Inutile pensare di trovare tracce di questo primitivo castello, a causa della sovrapposizione stratificata e continua dell’attuale centro storico. Sappiamo tuttavia che la torre adiacente alla casa del signorotto, dovette resistere fino al Settecento, quando gli anni e le ferite infertele da un terremoto, la fanno crollare.

La nascita dei castelli limitrofi è presumibilmente coeva a quella di Monte Milone: tra questi Castel Franco, è il più importante e quello che scompare per primo. Sorto sull’omonimo monte a nord, abitato evidentemente da milites longobardi o franchi che costituiscono l’aristocrazia feudale di quel tempo, è forse collegato al sottostante monticello, da un ponte levatoio e da un sistema difensivo che viene presto smantellato dal Comune di Monte Milone, o per timore di una pericolosa competizione con il centro principale, o per essere “il primo e necessario gradino per dare la scalata al Castello di Monte Milone dalla parte nord”.

Pur essendo controverso il periodo della sua scomparsa, è quasi certo che nel Quattrocento non esiste più, altrimenti sarebbe stato citato nei combattimenti tra Zerpellone e Piccinino, che si svolgono alle sue pendici e che coinvolgono le due torri sul Potenza. Il Cassero occupa la piccola superficie a strapiombo sul Monte della Croce. Sorto intorno al X o XI secolo, è presto assimilato da Monte Milone con la storia del quale, ad un certo punto si confonde.

Castel Gualdo invece, il cui nome di origine franca o teutonica riecheggia apertamente il germanico wald che significa bosco o selva, viene collocato al Trebbio, dove ancor oggi sorge il convento dei Frati Minori. Ne fa parte l’antichissima chiesetta di Santa Lucia, vicinissima a Villa Lauri, che poi dà il nome a tutta la contrada; come Milone, Gualdo è forse il condottiero longobardo che lo riceve in feudo per la sua condotta militare. Esso esercita il suo controllo fino alla Strada Romana, “nel triangolo Monte Milone-Tolentino-Urbisaglia, settore mediano della fertilissima valle del Chienti”.

Pietro Manzi riferisce che l’importanza di questo luogo è talmente spiccata in ogni epoca, da spingere il Generale Consiglio di Monte Milone ad istituirvi una locanda, detta “Osteria” allo scopo di “ricevere le milizie in tempo di guardia e di dare il commodo di due stanze due volte all’anno per il Magistrato”. Come e quando sia finito questo castello non è noto, ma gli storici ritengono che sia stato incorporato dal Castrum Montis Milonis, nel momento in cui questo comincia ad affermarsi, “invitando” gli abitanti delle campagne a sottomettersi all’autorità centrale.

Il Castello di Gagliano è invece dalla collocazione incerta. La tradizione e la toponomastica spingono ad identificarlo con la zona compresa tra la strada provinciale che da Macerata va a Pollenza (Murat-Bivio Rotelli) e la S.S. 77 della Val di Chienti, in quella località che oggi chiamiamo Vaglie; più precisamente lungo il fosso omonimo che una volta era indicato col nome di Gagliano e percorreva il feudo in tutta la sua ampiezza. Con questo nome si chiamava anche il feudatario del castello.

Doveva essere stato senz’altro “convinto” anche lui all’incastellamento se fino a tutto il Quattrocento una famiglia con questo nome risulta iscritta nei registri cittadini. Il coagularsi di tutti i piccoli feudi intorno ad una autorità centrale fa sì che il Castrum Montis Milonis assuma definitivamente la fisionomia di castello ed il suo ruolo sia tale da essere ricordato come uno dei più bellicosi e ribelli, ripetutamente punito e penalizzato per questo. Si oppone ai duchi di Varano, all’imperatore e alla Chiesa, e dunque è volutamente umiliato, saccheggiato e sottoposto ad ogni genere di violenze da re Enzo, nel 1239; viene anche privato da papa Niccolò IV, nel 1290, della facoltà di esercitare la giustizia. Mentre a Macerata, Treia, Tolentino e San Severino viene concesso di eleggersi pubblici magistrati e di giudicare gli affari civili e criminali, Monte Milone è volutamente escluso da tali diritti e penalizzato.

Nel XIV secolo il cardinale Albornoz, incaricato dal Papa di riordinare e governare lo Stato Pontificio, eredita una situazione pesantissima dal punto di vista della stabilità politica: per tutta la fine del XIII secolo e gli inizi del XIV infatti, comuni e signorotti si combattono anche col sostegno di mercenari senza scrupoli. La necessità di riportare l’ordine e il controllo sollecitano l’emanazione delle Constitutiones Aegidianae che racchiudono in un micro-codice, il diritto amministrativo, penale, di procedura e di polizia ecclesiastica e catalogano tutti i castelli, le singole città, le rocche, i fortilizi, i redditi, i nobili e i loro beni.

Le terre della Marca vengono ripartite in cinque categorie: Civitates Maiores, Civitates Magnae, Terrae Mediocres, Terrae Parvae, Terrae Minores. Monte Milone viene incluso tra le mediocres e nel 1366 gli è imposto, come a tutte le altre, di fortificare la cinta muraria, dove necessario, anche con l’abbattimento di case, borghi, ville, al fine di costituire un riparo per uomini, animali e raccolti, in caso di attacco. Viene lasciato fuori il Cassero perché ritenuto un’appendice difficilmente difendibile.

Segue un periodo di sudditanza ai vari Buonaccorsi, Lazzarini (XIV sec.), Varano e Malatesta (XV sec.) per raggiungere l’acme della perdita di autonomia, con l’arrivo nella Marca di Francesco Sforza, che deciso a conquistare tutta la regione, impone ad ogni città e paese intenzionato a difendersi, un riadeguamento della cinta muraria.

Alla metà del secolo, vengono chiamate maestranze lombarde che impiantano botteghe sul posto, istruiscono artigiani locali e danno impulso ad un’alacre opera di ricostruzione. Nel 1443 Zerpellone, capitano di Francesco Sforza acquartierato proprio a Monte Milone per la sua posizione a cavallo delle due valli, viene a sapere che il paese si è schierato a favore dello Stato Pontificio: è istantanea la decisione di punirlo implacabilmente mettendolo a ferro e a fuoco, saccheggiandolo, bruciandolo e sottoponendolo alla più brutaledevastazione. Nel 1447 si conclude la signoria di F. Sforza lasciando così profonde ferite nell’abitato e nella popolazione. Monte Milone si riconsegna allo Stato Pontificio che lentamente riorganizza il territorio comunale, rialzando anche le mura distrutte. Vengono costruite le grosse basi a scarpa con i dodici torrioni e le due porte d’accesso.

Il Cinquecento è un secolo di relativa prosperità, durante il quale la vita cittadina acquista nuovo impulso e con essa le attività economiche ed artigianali. Nasce l’arte della ceramica pollentina che per quattro secoli sarà ritenuta tra le migliori delle Marche. Del 1509 è la notizia più antica: un certo Gerolamo di Ancona, vasaio, richiede al Consiglio di Credenza il permesso di aprire una bottega e un prestito in denaro. Altri vasai vi si stabiliscono, anche grazie ad incentivi del Comune che intende favorire lo sviluppo di quest’arte.

Nascono alcuni dei più bei palazzi di Pollenza: il monastero delle clarisse con la chiesa di San Giuseppe, il palazzo Scolastici - Narducci e quello del cardinale Cento. Il primo sorge in via Roma, lungo il tratto tra Porta del Colle e Piazza Ricci e si deve alla munificenza del sig. Giovanni Greco che dona la propria casa e i suoi averi alle suore, a condizione che non accolgano monache straniere e che dedichino la chiesa a San Giuseppe. Le “edificantissime monache” che prima abitavano in una piccola casa presso la chiesa di San Biagio, dal 30 Agosto 1556 possono godere di un nuovo monastero.

La chiesa di San Giuseppe viene impreziosita da un bel portale in pietra ornato da fiori stilizzati e triglifi, sormontato da un’austera cornice. All’interno custodisce il mistico “Sposalizio di S. Caterina … tre altari con grandiose macchine di legno dorato di fine Seicento”. Poco più avanti viene innalzato il maestoso palazzo del cardinale Cento. Vicino alla piazza si eleva l’altro bell’edificio cinquecentesco di Pollenza, palazzo Scolastici - Narducci che attira lo sguardo, sia esperto che profano, per il bel portale in pietra con bugne a punta di diamante.

Nel Seicento il Consiglio Generale concede di fabbricare sopra le mura, a ridosso e fra di esse; alcuni torrioni vengono adibiti ad abitazioni private, ma nel complesso il paese mantiene inalterato l’assetto medievale: le strade sono piccole e tortuose, fiancheggiate da casette a schiera di due o tre piani.

Con il Settecento prende il via il rinnovamento edilizio che coinvolge tutto il centro e per prima la piazza principale: si costruiscono sull’area del palazzo dei Priori il nuovo palazzo comunale (1775) e la torre civica (1785) per opera dell’architetto osimano Alessandro Rossi. L’industria della ceramica si perfeziona progressivamente raggiungendo il massimo dei riconoscimenti nel 1787, quando F. Verdenelli diventa il ceramista più noto e ricercato dalla nobiltà ” per il bel disegno del suo vasellame, per la finezza e candidezza della vernice e per … la gaia pittura a smalto “.

Tale lavoro intelligente e imprenditoriale che il Verdenelli svolge vicino alla Porta del Colle, in via Vaseria appunto, gli vale il rilascio della privativa pontificia (l’esclusiva diremmo oggi) per fabbricare maiolica fine, bianca, colorata e dipinta con colori a smalto, per un raggio di venticinque miglia e per un periodo di dieci anni. Il secolo sta per concludersi, dopo un periodo di relativa tranquillità garantito dal dominio della Camera Apostolica, con le travagliate vicende napoleoniche.

Tra il 1797 e il 1799 Pollenza è occupata da Napoleone che ne fa sede di cantone e capoluogo del circondario. Tra il 1799 e il 1807 torna allo Stato Pontificio ed è poi inclusa, tra il 1807 e il 1813, nel Regno Italico. Dal 1814 al 1815 fa parte del Regno di Napoli. Queste alterne vicende si concludono il 2 e 3 Maggio 1815 con l’epica Battaglia di Cantagallo, il ritiro di G. Murat e il definitivo ritorno allo Stato della Chiesa. Sono momenti cruciali per la storia di Pollenza che verranno più ampiamente ricordati nelle pagine successive.

I fermenti della rivoluzione sono ormai negli animi, il desiderio di rinnovamento si manifesta nell’immagine della città: viene mitigato il carattere di fortificazione delle mura attraverso l’abbattimento dei torrioni, si ricostruiscono le antichissime e malandate Porta del Colle e Porta della Croce e si costruisce Porta Nuova come collegamento tra la piazza e l’anello circostante la cerchia muraria.

La geografia della piazza viene modificata secondo un criterio di razionalità di matrice illuminista che le fornisce la forma geometrico - rettangolare a tutti nota: viene innalzata la Chiesa dell’Immacolata (1821) allineandola alla facciata del Comune, è demolita la Chiesa di San Giovanni (1827) annessa al Convento degli Agostiniani, nel quale si era trasferito l’ospedale, per effetto della confisca dei beni ecclesiastici, esercitata dal demanio, nel 1809. Nel 1873 è commissionato ad Ireneo Aleandri il progetto del Teatro Comunale.

L’ architetto sanseverinate, noto per aver già progettato altri teatri come quello di Ascoli, di Spoleto e lo sferisterio di Macerata, non porta a termine l’incarico perché rifiuta di accogliere l’invito del sindaco ad aumentare il numero dei palchi e sarà sostituito dall’arch. Virgilio Vespignani. Anche la Collegiata di San Biagio riceve un nuovo maquillage. Nel 1834, su disegno del De Mattia di Treia, si mette mano all’erezione del tempio neoclassico che conclude ancor oggi la veduta prospettica di via Roma. Nel 1862 Monte Milone torna a chiamarsi Pollenza.

Nel Novecento continua il riassetto monumentale della cittadina: nel 1907 è demolita la chiesa di S. Andrea in Piazza Ricci e definitivamente regolarizzata la forma di Piazza della Libertà, con la costruzione del portico di palazzo Di Spilimbergo, simmetrico a quello opposto del teatro. Infine nel 1931 è ricostruita la facciata della chiesa dei SS. Antonio e Francesco, su disegno dell’arch. Cesare Bazzani.

fonte: www.comune.pollenza.mc.it

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