Pio VIII, un papa di Cingoli

Nell’età della Restaurazione, dopo il turbolento periodo napoleonico, si sono susseguiti ben due papi marchigiani: Leone XII, originario di Genga, e Pio VIII, nativo di Cingoli. Non molti anni più tardi sarebbe asceso al soglio di Pietro il senigalliese Pio IX. Un numero statisticamente così alto di pontefici provenienti da una regione così piccola mostra quanto cospicua fosse la presenza, negli organi di vertice della  Chiesa (e anche dello Stato pontificio), di prelati provenienti dalle Marche e quanto la nobiltà dei tanti comuni della regione adriatica fosse propensa ad avviare molti dei propri figli cadetti alla vita ecclesiastica. La biografia di Francesco Saverio Castiglioni, nato a Cingoli nel 1761 ed eletto pontefice con il nome di Pio VIII nel 1829, evidenzia l’importante ruolo svolto, in carriere ecclesiastiche che potevano spingersi ai massimi livelli, dalle reti di relazioni intessute tra le famiglie nobili marchigiane o tra esponenti del clero locale con Roma, sede del potere statale ed ecclesiastico. 

Una famiglia strettamente legata alla Chiesa

Nella seconda metà del Settecento Cingoli era una civitas sede vescovile, anche se dal 1725 la sua diocesi era stata assorbita da quella di Osimo. La famiglia di origine di Pio VIII, sia dal lato paterno che da quello materno, aveva avuto antiche relazioni con la Chiesa. Francesco Saverio era il secondogenito del conte Carlo Castiglioni, esponente di una casata che vantava tra i suoi membri Celestino IV, pontefice per soli 17 giorni nel 1241. Anche la madre jesina Sanzia Ghislieri aveva avuto un papa in famiglia, Pio V (Antonio Ghislieri, 1566-72). Furono però due zii paterni ad avviarlo alla carriera ecclesiastica: Giuseppe Vincenzo Castiglioni, canonico della cattedrale di Cingoli, e soprattutto Antonio Maria Castiglioni, che dopo un rispettabile cursus honorum aveva raggiunto la Curia romana ed ebbe pertanto la possibilità di introdurvi il nipote. Tale era la devozione alla Chiesa di questa famiglia cingolana che anche il fratello maggiore di Francesco Saverio, Bernardo, abbracciò il sacerdozio e almeno due sue sorelle furono avviate alla vita religiosa. Il giovane Francesco Saverio compì i suoi primi studi al Collegio Campana di Osimo, dove gli fu compagno Annibale della Genga, che molti anni più tardi lo avrebbe preceduto nel pontificato con il nome di Leone XII. Dopo aver ricevuto gli ordini minori, l’aspirante sacerdote proseguì i suoi studi nel celebre Collegio Montalto di Bologna dove si laureò in filosofia, legge e teologia. Nel 1785, all’età di 24 anni, si trasferì a Roma per proseguire gli studi di teologia. Dopo essere stato consacrato sacerdote riuscì ben presto a entrare in una commissione pontificia, presieduta dal suo concittadino mons. Felice Paoli, incaricata di esaminare e condannare i principi del giansenismo. 

La carriera e i rapporti con Cingoli e le Marche

Dopo il suo trasferimento a Roma il giovane sacerdote Castiglioni non spezzò affatto i suoi rapporti con la terra d’origine, ma anzi la sua carriera nella Chiesa sembra aver avuto impulso proprio dagli incarichi da lui ricoperti nelle Marche. Nel 1790 divenne vicario generale a Fano e più tardi ricoprì la stessa carica ad Ascoli; nel 1795 fece ritorno nella sua Cingoli come preposto del Capitolo della cattedrale tenendo tale funzione nei tempestosi anni dell’invasione napoleonica, fino al 1800. In questo periodo si dedicò alla storia della sua città  scrivendo diversi saggi. Aveva 38 anni quando papa Pio VII lo designò vescovo della piccola diocesi di Montalto, creata da Sisto V nel 1586. Dopo l’annessione delle Marche al Regno d’Italia, gli fu imposto di giurare fedeltà al viceré Eugenio di Beauharnais a Milano, ma egli si rifiutò, come quasi tutti i vescovi marchigiani. Fu pertanto condannato all’esilio in Lombardia, tra Pavia, Mantova e Milano. Solo nel 1814 poté ritornare trionfalmente nella sua sede episcopale di Montalto. Due anni più tardi Pio VII, che ne aveva apprezzato il coraggio, lo nominò vescovo di Cesena (città di nascita dello stesso pontefice) e cardinale, con l’intento di favorirne la successione sul soglio di Pietro. In effetti già nel Conclave del 1823 il Castiglioni sarebbe stato considerato “papabile” con l’appoggio del cancelliere austriaco Metternich, anche se non sarebbe stato eletto. L’elezione avvenne effettivamente il 31 marzo 1829, dopo un Conclave lungo e difficile. Le sue precarie condizioni di salute – soffriva di gotta e di una grave forma di herpes zoster, che lo obbligava a stare a testa china – suggerirono ai cardinali che sarebbe stato un papa di transizione, e così fu. Ciò che colpisce nella sua ascesa ai vertici della Chiesa è il fatto che gran parte della sua formazione e anche del suo ministero ecclesiastico sia avvenuta in una regione dello Stato pontificio come le Marche e in piccole città come Cingoli, Osimo, Fano, Montalto. Evidentemente tra la fine del Settecento e il primo Ottocento le Marche non erano così periferiche, ma anzi le loro città e le loro modeste casate nobiliari costituivano una specie di serbatoio per la formazione degli ecclesiastici e degli amministratori dello Stato pontificio.

Giuseppe Gioacchino Belli dedicò a Pio VIII un feroce sonetto dando voce al popolino romano che impietosamente non perdonava al nuovo papa l’aspetto fisico: “Ha un erpeto [herpes] pe ttutto, nun tiè ddenti, / è gguercio, je strascineno le gamme, / spènnola da una parte, e bbuggiaramme / si arriva a ffà la pacchia a li parenti. Il poeta romanesco pronosticava al pontefice una morte prossima che gli avrebbe impedito di concedere privilegi ai suoi parenti, ma fu lo stesso papa cingolano che, del tutto contrario a ogni forma di nepotismo, appena eletto raccomandò ai familiari di astenersi da qualsiasi forma di ostentazione e di orgoglio: “Nessuno di voi si muova dal suo posto”, intimò alla sua famiglia a Cingoli. Pio VIII fu un tipico papa della Restaurazione, ostile al liberalismo e alla democrazia, ma accettò l’esito della rivoluzione che aveva portato Luigi Filippo sul trono di Francia e, lasciando cadere il peccato di “usura”, permise la costituzione di casse di risparmio nello Stato della Chiesa. Si spense il 30 novembre 1830, a meno di due anni dalla sua elezione. 

a cura di Pier Luigi Cavalieri

 

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