La notte di San Giovanni del 1817

Oltre duecento anni sono passati da quell’anno 1817 in cui scoccò, nel Maceratese, la prima scintilla del Risorgimento. Il governo napoleonico era terminato nelle Marche pochi anni prima e con la battaglia della Rancia, combattuta presso Tolentino il 2-3 maggio 1815, Gioacchino Murat re di Napoli, era stato sconfitto per sempre dagli austriaci dopo aver tentato di invadere l’Italia centro-settentrionale. Nei tre mesi in cui durò la sua avventura egli non trascurò di fondare nei territori che andava occupavando numerose cellule massoniche. Egli era infatti dal 1805 gran cancelliere del Grande Oriente d’Italia (la Massoneria). Negli anni seguenti si sarebbe sviluppata la Carboneria, società segreta che aveva come scopo il rovesciamento degli Stati italiani legati all’Austria e l’instaurazione di un governo costituzionale repubblicano. Le Carbonerie marchigiana e romagnola furono all’origine di quello che si può considerare il primo moto carbonaro d’Italia, anche se il suo rapido soffocamento e il fatto di essere scoppiato in un’area periferica d’Italia ne ha fatto sottovalutare a lungo l’importanza politica, se non militare. 

 

Nel corso del 1816 e nei primi mesi del 1817 si tennero numerose riunioni segrete di cosiddette “vendite” carbonare in diversi luoghi, tra i quali spiccava il palazzo Basvecchi, in seguito chiamato Emiliani, a Montelupone.  Molti membri della nobiltà e della borghesia cittadina delle Marche attribuivano allo Stato pontificio la responsabilità della grave crisi economica che ne aveva colpito la popolazione riducendola alla fame e, memori del Regno d’Italia napoleonico, complottarono per il suo abbattimento. A capo di questa cospirazione di ampio raggio vi era un medico ferrarese residente a Macerata, il dottor Pietro Davili. Il 5 giugno in alcuni locali del convento dei Francescani del capoluogo della Marca si tenne la riunione segreta in cui si decise la sollevazione popolare. Vi presero parte carbonari di vari paesi del Maceratese: oltre Montelupone erano rappresentati Morrovalle, Montecosaro, Civitanova, Monte Santo (Potenza Picena) e altri. Furono presenti anche l’ascolano Cesare Giacomini e il forlivese Francesco Riva. 

 

Il piano della rivolta e il suo insuccesso

 

La rivolta sarebbe dovuta scoppiare a Macerata, nella notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno 1817. I congiurati, circa 400 uomini armati, sarebbero dovuti convergere nella città capoluogo dai centri vicini, sostando in un primo tempo presso le chiese extraurbane di S. Maria delle Vergini e di S. Croce per poi convergere nell’isolata S. Stefano e di lì muovere tutti insieme verso Porta Romana, uno dei varchi di ingresso principali della città. Le guardie pontificie, conniventi con i rivoltosi, avrebbero dovuto aprire le porte della città lasciandoli entrare. Il piano prevedeva poi che gli insorti avrebbero raggiunto l’attuale piazza della Libertà dove li attendeva nell’ex convento dei Barnabiti (oggi sede universitaria) un altro gruppo armato, guidato dal patriota Luigi Carletti. Le due forze unite avrebbero poi preso d’assalto i palazzi del potere pontificio dove avrebbero proceduto all’arresto del delegato apostolico, del gonfaloniere, del vescovo  di diversi funzionari corrotti.  Infine avrebbero acceso  fuochi sui punti più alti (tra cui la torre pubblica) della città dando così un segnale anche a località più lontane e invitandole alla rivolta contro il governo pontificio. Contemporaneamente avrebbero dovuto assaltare gli uffici pubblici e trarre in arresto le autorità. I documenti di polizia riferiscono che essi dovevano provenire da Recanati, Filottrano, Montecassiano, Cingoli, San Ginesio, Montolmo (Corridonia), Civitanova e Montelupone. Tuttavia solo poche decine di loro partirono alla volta di Macerata e quelli che vi giunsero all’alba del 24 giugno furono attaccati dalla polizia pontificia, già informata da delatori, e prontamente dispersi. In realtà le autorità pontificie erano da tempo al corrente dei piani di rivolta almeno tanto che il 21 giugno il delegato apostolico aveva esortato alla vigilanza i membri della nobiltà cittadina. Nello stesso tempo aveva chiesto e ottenuto da Roma l’invio di 120 soldati, nonché l’istituzione di un tribunale speciale. 

Con ogni evidenza qualcuno dei congiurati aveva fatto il doppio gioco o, come sembra più probabile, vi era stata una spaccatura tra di loro a causa dell’intenzione manifestata da alcuni di uccidere i funzionari governativi più in vista e persino il vescovo. Sembra che il responsabile della “vendita” carbonara di Macerata, il conte Cesare Gallo, sostenuto dai carbonari di Ancona e Bologna, abbia tentato invano di indurre il gruppo dei più estremisti, guidati da Luigi Carletti, a desistere da azioni troppo violente. Questi ultimi decisero ostinatamente di passare all’azione convinti, a torto, che avrebbero potuto contare sul sostegno popolare. 

 

Gli arresti

 

Benché, di fatto, non fosse successo nulla, si mise subito in moto la macchina della repressione. Furono individuati ben 630 sospettati di aver preso parte alle riunioni segrete che avevano preparato questo moto carbonaro giustamente definito “più folle che temerario”. Molti di loro furono arrestati e i più compromessi furono trasferiti a Roma nelle carceri di Castel Sant’Angelo. Dopo lunghe investigazioni e diverse confessioni si giunse al processo e alla condanna di trentasei carbonari. Tredici di essi erano i maceratesi Cesare Gallo, Luigi Carletti, Francesco Riva, Pietro Castellano, Nicola Pennelli, Vincenzo Pieri, Gabriele Filippucci e Carlo Scarponi, condannati prima a morte e poi all’ergastolo. Dieci anni di carcere ebbero Giuseppe Tamburrini e Antonio Cotoloni, sette Francesco Molinelli, Luigi Fioretti e Sante Palmieri, mentre Giovanni Romoli morì durante il processo. Tra i condannati di località diverse da Macerata (Ancona, Fabriano, Filottrano, Loreto, Montecosaro, Montelupone e Ascoli Piceno) vi furono anche due ecclesiastici: don Francesco Cani di Corridonia e l’ex frate Vincenzo Cingolani di Potenza Picena.

Sulla facciata del palazzo Cioci, in via Garibaldi a Macerata, dove si apriva nell’Ottocento la Locanda della Pace, si trova ancora una lapide apposta nel 1895 con la seguente epigrafe: “Nel 1817 / pochi animosi di Macerata e delle terre vicine / affratellati nella società dei Carbonari / qui si accordarono / per insorgere contro la tirannide sacerdotale e straniera / ma scoperti e oppressi giacquero nelle galere pontificie / iniziatori di quei fati / che dovevano compiersi a Roma il 20 Settembre 1870”.

 

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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