Chiesa di San Paterniano

È dedicata al principale patrono della città (gli altri sono S. Fortunato, S. Orso e S. Eusebio) e venne eretta a metà del secolo XVI quando ragioni di ordine militare imposero l’abbattimento dell’antica abbazia omonima (prima appartenuta ai monaci Benedettini e successivamente ceduta ai Canonici Regolari Lateranensi) di cui si hanno notizie certe a partire dal 1046, ma certamente molto più antica (sec. VIII?) e che sorgeva fuori città, lungo la via Flaminia.

La progettazione del nuovo complesso cinquecentesco (chiesa e convento) è stata attribuita senza alcun riscontro di documenti a Jacopo Sansovino, mentre è comprovato il ruolo di capo cantiere di un Maestro Augustino di Mantova e di un Maestro Bernardo da Como, operanti in società con lo scalpellino-scultore di origini milanesi Giovanni Bosso che realizzò le colonne del chiostro.

La costruzione, autorizzata da Papa Paolo III nell'anno 1547, è appartenuta ai ricordati Canonici Regolari Lateranensi fino all'anno 1860; trasformata poi in caserma, è stata ceduta ai frati Cappuccini a partire dall'anno 1922.

La facciata della chiesa, con l’eccezione del bel portale in pietra in cui non sfuggono i moduli caratteristici dell’architettura michelangiolesca e che fu realizzato nel 1573 dallo scalpellino veneziano Giacomo di Stefano Bambagiani, è rimasta allo stato grezzo. Non così invece l’interno che, dopo la traslazione delle ossa di S. Paterniano avvenuta nel 1551, al momento della consacrazione del 1558 si presentava già felicemente compiuto nell’imponenza basilicale delle sue tre navate, memori ancora della sobrietà di linee e decorazioni dell’architettura quattrocentesca, ma già pienamente cinquecentesche nella robusta compattezza strutturale dei pilastri cruciformi.

Sul primo altare alla destra dell’ingresso è oggi una buona copia (firmata da Giusto Cespi) del celebre Sposalizio della Vergine del Guercino, eseguito nel 1649 su commissione della famiglia Mariotti e ora conservato presso la quadreria della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano.

Segue sul secondo altare una tela con la Vergine adorata dai Santi Nicola da Bari e Onofrio del fanese Bartolomeo Giangolini (sec. XVII), mentre nella navata opposta (secondo altare) è una Vergine con il Bambino e i Santi Sebastiano e Carlo Borromeo del veronese Claudio Ridolfi (sec. XVII).

Su una delle pareti laterali della cappella che, oltre al transetto, fiancheggia sulla sinistra il presbiterio è stata invece trasferita la tela (già sul primo altare a sinistra) con il Transito di S. Giuseppe attribuito a Giuseppe Cesari (il Cavalier d’Arpino). E sempre in questa cappella vi è l’interessante pala raffigurante la Vergine con le Sante Caterina, Lucia, Agata e Agnese attribuita a Bartolomeo Morganti (prima metà del sec. XVI).
Il bel S. Paterninano in Gloria sullo sfondo del coro è opera tipica del bolognese

Alessandro Tiarini, quasi certamente coevo (intorno al 1620) delle tre pregevoli tele del ferrarese Carlo Bonone (S. Paterniano vegliato da un Angelo, S. Paterniano che guarisce una cieca e Morte di S. Paterniano) che ornano la cappella sulla destra del presbiterio dove sono custodite le ossa del Santo (unitamente all’antico sarcofago tardoromano in cui le stesse sono state racchiuse per secoli). La suddetta cappella ha una artistica cupoletta affrescata dall’urbinate Antonio Viviani (Gloria di putti) ed è preceduta da un’anticappella con altra cupoletta affrescata da Sebastiano Ceccarini (Gloria di S. Paterniano) e con due tele parietali dello stesso (S. Paterniano parla al clero e S. Paterniano abbatte gli idoli).
Altra opera degna di nota è il bel Crocifisso ligneo posto sul terzo altare di sinistra, opera dello scultore napoletano Giacomo Colombo (1706).

L’affresco della cupola a calotta e quello del catino absidale (Paradiso e Gloria di Dio Padre) sono opera del pittore ravennate Giovanni Battista Ragazzini che li eseguì nel 1556.
Al pesarese Gian Giacomo Pandolfi e al fanese Bartolomeo Giangolini sono infine attribuite le varie tele con immagini di Santi poste sopra i pilastri e le paraste della navata maggiore e del presbiterio.

Dalla porta laterale sottostante la monumentale cantoria seicentesca (l’organo fu rifatto dal famoso Callido nel 1779) si accede al suggestivo chiostro dominato dal bel campanile, ricostruito secondo il primitivo disegno dopo il diroccamento a mine ad opera dei tedeschi in fuga nell’agosto del 1944.

Occorre qui precisare che lo ‘Jacobus Venes’ che nel 1557 ha datato e firmato l’artistico puteale, ricollocato da pochi anni al centro del chiostro (un puteale che aveva in origine un baldacchino per la carrucola sostenuto da quattro colonne oggi scomparse), non può essere identificato con Jacopo Sansovino che in quella data risultava già scomparso e che non era veneziano, bensì fiorentino. La firma è quella dello scalpellino Giacomo di Stefano Bambagiani, già ricordato come autore del portale della chiesa.

Presso la Sagrestia sono conservate altre due tele del Ceccarini (S. Barbara e Deposizione) e alcune tele minori di scuola guercinesca.Usciti dal convento, si fiancheggia il lato occidentale della chiesa e, dopo averne osservato all’esterno il pittoresco complesso absidale, si devia a destra lungo la stretta via S. Leonardo che va a sfociare nell’ampia e rettilinea via Cavour.

Lungo tale via hanno la facciata l’ex Chiesa di S. Leonardo, risalente al 1452, ma completamente rifatta nel 1820, e il composito ex Palazzo Galantara, oggi completamente ristrutturato, con facciata settecentesca e interno attraversato da una serie di percorsi convergenti verso lo spazio aperto del cortile; sul lato opposto ha il suo severo fronte seicentesco l’ex Palazzo Speranza e sfociano i caratteristici vicoletti che si addentrano tra le basse casette a schiera del popolare quartiere detto dei ‘piatlett’ dai piattelli in ceramica che decoravano un tempo il pavimento della scomparsa chiesetta di S. Maria del Riposo.
Al termine settentrionale della via si apre Piazza Costanzi dalla caratteristica struttura stretta e allungata risalente all’epoca malatestiana, quando venne abbattuta l’antica cinta delle mura romane che correva sull’asse di via Garibaldi e si provvide all’ampliamento della città verso sud (la ricordata addizione malatestiana).

Contrapposta all’imboccatura di corso Matteotti (l’antico cardo massimo?) è la Chiesa di S. Antonio Abate, posta a far da fondale nel cosiddetto ‘trebbio’, punto di convergenza con la piazza delle vie Cavour e Bovio.

Di origini quattrocentesche (vi fu sepolto l’architetto Matteo Nuti) la chiesa è stata interamente ricostruita nel 1749 su disegno dell’architetto Gianfrancesco Buonamici, ma l’anacronistico rivestimento pseudogotico è opera cementizia del nostro secolo.
Anche l’interno a pianta circolare inscritta nell’ottagono di base con relativa cappella absidale, ha subito discutibili abbellimenti pittorici, ma nel complesso meglio conserva l’originario aspetto settecentesco.

Merita comunque una visita per le pregevoli tele che ne adornano gli altari: il ‘S. Antonio Abate’ di Carlo Magini sullo sfondo dell’altare maggiore e la ‘Sacra Famiglia’ e la ‘Vergine con i Santi Liberata, Gaetano da Thiene ed Antonio da Padova’ di Sebastiano Ceccarini sui due altari laterali. Belli anche gli ovali con immagini di ‘Santi’ che ornano le paraste e che sono opera del pittore veneto Francesco Pittoni.

Sui due lati maggiori di piazza Costanzi fanno da quinte le facciate di quattro antichi palazzi nobiliari: quella tardosettecentesca dell’ex Palazzo Saladini-Ferri e quella ottocentesca in cotto rosato (opera dell’architetto fanese Angelo Innocenzi) sovrapposta all’originario fronte cinquecentesco dell’ex Palazzo Tomani verso occidente; la neoclassica facciata dell’ex Palazzo Torelli e quella del cinquecentesco ex Palazzo Vincenzi con elegante balcone angolare verso oriente.

Oltrepassato l’incrocio con via Garibaldi, si procede lungo il corso Matteotti fino ad incontrare sulla destra il piccolo sagrato su cui prospetta la rinnovata facciata neogotica (1897) dell’antica Chiesa di S. Tommaso Apostolo che conserva sulla porta l’originario architrave in pietra con data del 1276.

All’interno, pure trasformato alla fine del secolo scorso, fa bella mostra di sé la nota pala della ‘Incredulità di S. Tommaso’, dipinta nel 1546 dal fanese Giuliano Persciutti: dipinto che unisce elementi di scuola peruginesca e raffaellesca con palesi influssi lotteschi nei gruppi di figure inseriti nel paesaggio. Da un’edicola già sulla facciata della chiesa proviene il coevo affresco strappato raffigurante il Crocifisso.

Proseguendo ancora lungo il corso ci si ritrova in Piazza XX Settembre. Qui, deviando sulla sinistra davanti alla fontana, si raggiunge sulla destra della via omonima l’antico Palazzo De’ Pili dal caratteristico cornicione con bel fregio in pietra arenaria a motivi araldici.
Poco più avanti è il quadrivio da cui si diparte sulla sinistra la via De Tonsis. Qui si aprono le spaziose arcate del portico della Chiesa di S. Maria Nuova.


Fonte: www.comune.fano.ps.it

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