Urbino (15.440 abitanti), con Pesaro capoluogo della provincia più settentrionale delle Marche, è una città d’arte nota in tutto il mondo come luogo di nascita di Raffaello Sanzio e come sede di una delle più splendide corti rinascimentali d’Italia. ? adagiata su due alti colli, tra le valli del Me-tauro e del Foglia, a sud della regione storica del Montefeltro. Riconosciuta dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità, Urbino possiede uno splendido centro storico quattrocentesco caratterizzato dalla superba mole del Palazzo Ducale, oggi sede della Galleria Nazionale delle Marche, e vanta numerose istituzioni culturali e un’antica Università. ? inoltre sede di diocesi.

In posizione strategica

Se il territorio urbinate conobbe insediamenti di popolazioni umbro-picene già in età preromana, il centro romano si strutturò tra il III e il II sec. a.C. diventando municipium con il nome di Urvinum Mataurense nel 46 a.C. Il nome Urvinum sembra derivare (più che da urbs bina – città doppia – come è stato proposto) da urvum (manico ricurvo dell’aratro), mentre l’aggettivo Mataurense ri-manda al fiume Metauro che scorre non lontano dalla cittadina. Urvinum si sviluppò lungo la Via Consolare, una strada alternativa alla Flaminia. La sua posizione era strategica per la vicinanza alla gola del Furlo e alla stessa via Flaminia, importante asse di collegamento tra Roma e l’Italia setten-trionale.

Come gran parte delle Marche, anche il territorio di Urbino fu teatro della sanguinosa guerra gotica e nel 538 d.C. la città fu conquistata dal generale bizantino Belisario. Annessa all’esarcato di Ra-venna, essa fece parte della Pentapoli annonaria, provincia che controllava le vie di transito per l’Umbria, Roma e la Toscana.

Con i Franchi Urbino passò sotto il dominio formale del Papato e in seguito fu coinvolta nelle lotte tra i signori feudali del Montefeltro, tra cui spiccavamo i conti di Carpegna. Si costituì anch’essa in libero Comune, benché i nobili del territorio circostante tentassero sempre di controllarla facendosi eleggere podestà.

Una dinastia di condottieri

Nel 1155 un nobile ghibellino, Antonio da Montefeltro appartenente a un ramo cadetto dei conti di Carpegna riuscì a sedare a Roma una rivolta contro Federico Barbarossa, ottenendo dall’imperatore come ricompensa il titolo di conte di Urbino. Iniziò così il legame dei Montefeltro con questa città, che nei primi secoli conobbe alterne vicende. Ad esempio nel 1228 gli urbinati si ribellarono al po-destà Bonconte da Montefeltro alleandosi con Rimini e tornando in possesso del loro Comune nel 1234. Con Guido (1223-1298, personaggio che ha un posto nel XXVII canto dell’Inferno dantesco tra i consiglieri fraudolenti), i Montefeltro ripresero il controllo di Urbino perseguendo anche per via matrimoniale l’ambizioso disegno di costituire una signoria estesa dalla loro regione alla Romagna. Il progetto di Guido fallì, ma il figlio Federico I ne proseguì la politica espansionistica, questa volta verso l’Umbria e la Marca. Tuttavia Federico rimase vittima nel 1322 di una rivolta popolare nella stessa Urbino. Il figlio Nolfo, ripreso il controllo della città e del territorio, mise il suo piccolo esercito al servizio dei Visconti di Milano e della Repubblica di Venezia, ottenendo vittorie e compensi, anche territoriali (Cagli).

Fu proprio il “mestiere delle armi” a permettere ai Montefeltro di mantenere e incrementare i propri domini, pur con alterne fortune. L’arrivo del cardinale Egidio Al-bornoz, inviato dal papa avignonese Innocenzo VI per restaurare il potere pontificio nell’Italia centrale, segnò una battuta di arresto per i Montefeltro, che per alcuni anni persero il controllo di Urbino, continuando tuttavia a esercitare lucrose condotte militari al servizio di signorie e repubbliche italiane. Va ricordato che il cardinale Albornoz, nelle sue Costituzioni emanate a Fano nel 1357, classificò Urbino tra le città maggiori delle Marche, insieme a Camerino, Ancona, Fermo e Ascoli. Nel 1375 un nipote del conte Nolfo, Antonio II, alla testa di un’armata fiorentina e milanese, ritornava in possesso di Urbino, riuscendo a unire al restaurato dominio anche il vasto territorio di Gubbio. Antonio, notevole figura di condottiero, seppe inserirsi nel gioco politico italiano del tempo, alleandosi nel 1376 con Firenze e con la Milano dei Visconti. Fece costruire il primo, austero palazzo dei Montefeltro (oggi sede dell'Università) e morì nel 1404 lasciando erede dello stato il figlio Guidantonio. Quest’ultimo mantenne una oculata politica di equilibrio, anche attraverso il suo matrimonio con Caterina Colonna, nipote di papa Martino V, che gli consentì di annettersi tutta la valle del Metauro senza trovare l’opposizione del pontefice.

Nei primi anni del Quattrocento giunsero a Urbino artisti di valore, tra i quali Lorenzo e Jacopo Salimbeni che affrescarono l’Oratorio di S. Giovanni nei modi del gotico cortese. Alla morte di Guidantonio, nel 1443, papa Eugenio IV conferì al figlio Oddantonio II il titolo di duca di Urbino. Oddantonio, appena sedicenne, si trovò a sostenere una responsabilità troppo gravosa e il 21 luglio 1444 cadde vittima di una congiura insieme a due ministri.

“Una città in forma di palazzo”

Gli succedette il fratellastro Federico II, noto come Federico da Montefeltro (1422-1482), esemplare figura di signore del Rinascimento italiano, che governò il ducato per 38 anni. Federico riunì nella sua persona la figura dell’abile condottiero con quella del sagace statista e del raffinato uomo di cultura. Sotto di lui il ducato di Urbino giocò un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio tra gli stati italiani derivato dalla pace di Lodi del 1454. Inoltre gli enormi guadagni che Federico trasse dalle condotte militari gli consentirono di edificare quel magnifico Palazzo Ducale che fece di Urbino – come scrisse Baldassar Castiglione nel Cortegiano – “una città in forma di palazzo”. La sua costruzione richiamò a Urbino una schiera di architetti e artisti tra i quali Luciano Laurana, autore dell’elegante facciata occidentale ornata da due torricini, Francesco di Giorgio Martini (cui si devono la facciata “ad ali” su piazza duca Federico e la rampa elicoidale a gradoni, oltre a numerose rocche e fortificazioni in tutto il ducato), Piero della Francesca e molti altri. La presenza di ingegni di prim’ordine favorì la formazione in Urbino di sommi artisti quali Raffaello Sanzio (1483-1520) e Donato Bramante (1444-1514).

L’economia di questo piccolo stato che si trovò al centro degli equilibri d’Italia era costituita oltre che dall’agricoltura praticata nelle aree collinari, dall’allevamento di bovini e ovini e dall’utilizzo del legname. Inoltre in città e nelle vicinanze fiorivano le attività artigianali e quelle commerciali (tessuti di lana). Vi era anche una cartiera a Fermignano di proprietà degli stessi Montefeltro. Le attività economiche erano spesso finanziate dalla fiorente comunità ebraica che gestiva “banchi” sin dai primi anni del Quattrocento. Infine, un’ampia parte della popolazione traeva sostentamento dal mestiere delle armi, al servizio dei Montefeltro nelle loro numerose imprese militari.

Federico da Montefeltro muore nel 1482 mentre si trova impegnato nella difesa di Ferrara contro i veneziani. Viene sepolto nella chiesa di S. Bernardino, che diventerà il mausoleo dei duchi di Urbino. Gli succede il figlio Guidubaldo, ragazzo di soli dieci anni, sotto la tutela di Ottaviano Ubaldini, fine umanista. Si interrompono i lavori di costruzione del Palazzo Ducale, fino ad allora curati da Francesco di Giorgio Martini. Sarebbero stati ripresi solo nel 1536, sotto la guida dell’architetto Girolamo Genga, con l’edificazione del secondo piano.

Guidubaldo ed Elisabetta

Nel 1488 Guidubaldo, fattosi ormai “giovane di gentile aspetto… liberale, magnanimo, affabile e saggio” (Angelo Poliziano), sposa Elisabetta Gonzaga, dei duchi di Mantova, donna di vasta cultu-ra e di forte carattere. A due riprese, nel 1494 e nel ‘96, mentre Guidubaldo è impegnato in campagne militari, è lei a governare il ducato. Caduto Guidubaldo prigioniero degli Orsini, nel 1496, Eli-sabetta deve mettere insieme 40.000 ducati, vendendo possedimenti, gioielli e preziose suppellettili per pagare il riscatto del marito, che sarà liberato nell’aprile 1497. Ma il peggio verrà quando, il 20 giugno 1502, Cesare Borgia occuperà a tradimento Urbino, costringendo Guidubaldo a una precipitosa fuga notturna.

I duchi si rifugiano a Mantova disperando di poter mai recuperare il loro stato. Tuttavia nell’agosto del 1503, con la morte di Alessandro VI (padre di Cesare Borgia), Guidubaldo può far ritorno a Urbino e il nuovo papa, Giulio II della Rovere, a lui legato da parentela, gli conferisce il titolo onorifico di comandante generale dell’esercito pontificio. Ma il duca, malato di gotta dall’età di vent’anni, non è fatto per il mestiere delle armi, non potendo più ormai neppure salire a cavallo. Il matrimonio con Elisabetta, mai consumato per impotentia coeundi, non ha dato eredi e Guidubaldo decide per-ciò di adottare il nipote Francesco Maria della Rovere che è nipote anche di papa Giulio II, garantendo così al ducato un passaggio di dinastia senza opposizioni. Quattro anni dopo, nel 1508, muore del male che ha a lungo sofferto e sempre stoicamente sopportato. In questo breve volgere di anni la corte di Urbino, dominata dalla figura della duchessa Elisabetta Gonzaga, diventa uno dei centri più vivi e più importanti del Rinascimento italiano.

Un codice per le corti europee

Le discussioni che hanno luogo nelle sale dell’incompiuto Palazzo Ducale trovano eco nel celebre Libro del Cortegiano. L’autore è Baldassar Castiglione, singolare figura di diplomatico, uomo politico e letterato che dal 1503 al ‘13 è al servizio dei duchi di Urbino. Castiglione compie missioni diplomatiche in Inghilterra, in Francia e presso corti italiane. Alla morte di Guidubaldo compone un’epistola latina per ricordane la figura. Si dedica anche agli allestimenti teatrali: durante il carnevale del 1513 cura la rappresentazione, nel Palazzo Ducale, della Calandria di Bernardo Dovizi da Bibbiena, una delle più celebrate commedie del Rinascimento. I comportamenti pubblici codificati nel Cortegiano – e definiti perciò alla corte di Urbino – sarebbero stati per secoli modelli di riferi-mento per le corti d’Italia e d’Europa. Molto importanti le discussioni sulla lingua italiana, cui prende parte, nella realtà storica e nel libro, Pietro Bembo insieme ad altri letterati.

“[Guidubaldo] procurava che la casa sua fusse di nobilissimi e valorosi gentiluomini piena, coi quali molto familiarmente viveva, godendosi della conversazione di quelli: nella qual cosa non era minor il piacer che esso ad altrui dava, che quello che d’altrui riceveva, per esser dottissimo nell’una e nell’altra lingua [il latino e il greco], ed aver insieme con l’affabilità e la piacevolezza congiunta ancor la cognizione d’infinite cose”. Baldassar Castiglione, Il Libro del Cortegiano, 1528

Il clima favorevole agli studi fa si che sorgano in questo periodo, per volontà di Guidubaldo, due importanti istituzioni culturali urbinati: la Cappella Musicale e quel Collegio dei Dottori (1502), riconosciuto da Giulio II nel 1507, da cui avrà origine la Libera Università degli Studi. Inoltre in questo periodo va formandosi il giovane Raffaello Sanzio (nato a Urbino nel 1483) sotto la guida del padre Giovanni Santi, anch’ egli pittore, il quale lo incoraggia a studiare le opere di Piero della Francesca (tra cui la Flagellazione e la Pala di Brera, per secoli conservata in S. Bernardino) realizzate proprio a Urbino. Nel 1504 Raffaello muoverà, su raccomandazione di Giovanna Feltria Della Rovere, verso Firenze e Roma, dove potrà affinare la sua arte diventando uno dei mas-simi pittori di ogni tempo.

L’età dei Della Rovere

Il nuovo duca Francesco Maria I della Rovere continua a radunare attorno a sé musicisti, artisti e letterati: molte sono le opere che fa eseguire al pittore urbinate Federico Barocci (1528-1612), notevole esponente del Manierismo, uno dei precursori del Barocco, senza considerare le committenze a Tiziano.

Con la nuova dinastia il ducato di Urbino ha ormai stabilizzato i suoi confini: esso comprende l’attuale provincia di Pesaro Urbino (senza il territorio di Fano, ma con l’aggiunta di Gubbio) e circa metà della provincia di Ancona, fino all’Esino e compresa Senigallia. Se il territorio non è vasto, esso si trova però a interrompere la continuità territoriale dello Stato ecclesiastico, cosa che non poteva essere troppo gradita ai pontefici.

Presto i rapporti tra Francesco Maria e lo zio papa Giulio II si deteriorano, e non sono migliori quelli con il nuovo pontefice Leone X Medici che nel 1516 lo accusa di tradimento per non aver voluto prendere le armi contro i francesi nel 1515. La mediazione di Elisabetta, vedova di Guidu-baldo, non è sufficiente a placare Leone X, che toglie il ducato a Francesco Maria e alla moglie Eleonora Gonzaga. I due devono rifugiarsi a Mantova, mentre il ducato passa per quattro anni a Lorenzo II de’ Medici. Nel 1521 tuttavia riescono a recuperare il loro stato facendo ritorno a Urbino. Nel 1534 Francesco Maria fa sposare il figlio Guidubaldo con Giulia DaVarano con l’intento di unire i due ducati di Urbino e Camerino, ma l’intento fallisce per la netta opposizione del nuovo pontefice Paolo III Farnese che impone a Guidubaldo II, nel momento in cui succede al padre (1539), di rinunciare a Camerino.

Non più capitale

Nel 1523 i Della Rovere decidono di trasferire la corte a Pesaro. Per Urbino inizia una lunga fase di decadenza. Tuttavia si continua la costruzione della cattedrale, dedicata al patrono S. Crescentino. Iniziata da Federico III su disegno di Francesco di Giorgio, consacrata nel 1534, sarà portata a termine nei pri-mi anni del ‘600 con l’erezione della cupola. Alla sua edificazione e decorazione contribuirono i migliori artisti locali, quali Timoteo Viti, Girolamo Genga, Federico Brandani, Francesco Paciotti e Federico Barocci. Dal 1563 essa diverrà chiesa metropolitana, avendo suffraganee le altre diocesi del ducato. Ancora alla fine del Cinquecento Urbino appare splendida. Il cronista Bernardino Baldi così la ve-de: “Gli edifici suoi sono di perfetta materia, mattoni e calce, ornati di varie sorti di pietra gentil-mente lavorata, e nel Palazzo solo del principe, ne sono tante che basterebbero ad arricchirne gran parte di una città non piccola” (B. Baldi, Encomio della Patria).

 Gli ultimi anni del ducato

L’ultimo duca di Urbino, Francesco Maria II Della Rovere (1574-1631), privo di eredi, sposò in seconde nozze nel 1599 la cugina Livia, che gli diede un figlio, Federico Ubaldo. Quest’ultimo assunse la guida del ducato nel 1621, ma morì improvvisamente due anni dopo. Il padre tornò a svolgere le funzioni di duca rassegnandosi all’estinzione del suo casato. Nel 1624 firmò l’atto di devoluzione del ducato di Urbino alla Santa Sede, che diventò effettiva alla sua morte, nel 1631. Già da tempo Urbino non era più capitale del ducato che da essa prendeva il nome, tuttavia anche in questo ultimo periodo la città continuò ad essere un centro d’arte e di cultura. Si proseguì l’edificazione del Duomo, già progettato da Francesco di Giorgio, fino al suo completamento nel 1604. In città operavano artisti di prim’ordine come il grande pittore Federico Barocci (tra le sue opere la Crocifissione nell’Oratorio della Morte, Il perdono di Assisi nella chiesa di S. Francesco e altre in Duomo), e lo scultore Federico Brandani (suo è il Presepe nell’Oratorio di S. Giuseppe), senza trascurare Federico Zuccari, Claudio Ridolfi e Girolamo Cialdieri, le cui opere si trovano nella chiesa di S. Spirito e nella Galleria del Palazzo Ducale. Per le nozze di Federico Ubaldo si realizzò la scenografica Porta di Valbona, il più importante ingresso della città.

Nel 1566 papa Pio IV garantì al Collegio dei dottori (la futura Università) la facoltà di concedere lauree in diritto canonico e civile e di nominare notai. Dieci anni più tardi al Collegio fu concesso il titolo di “Pubblico Studio”. Inoltre un gruppo di uomini di scienza diede vita a quello che lo studioso A. Chastel chiamò “un vero umanesimo matematico”: i nomi più importanti sono quelli del matematico Federico Comandino (1509-1575), di Guidubaldo Del Monte, grande studioso di meccanica e di astronomia in rapporti con Galilei, di Bernardino Baldi, anch’egli matematico, ma anche storico di corte, filologo e poeta, e dell’architetto militare Muzio Oddi. Intorno ad essi si formarono abili artigiani in grado di costruire per loro strumenti di precisione.

Dopo la devoluzione

Dopo il 1631 il territorio dell’ex ducato fu trasformato in Legazione di Urbino e fu amministrato da un cardinale legato. La città fu sottoposta a spoliazioni di ogni genere che colpirono soprattutto il Palazzo Ducale: moltissimi quadri e arredi finirono a Firenze, mentre la ricchissima Biblioteca di Federico da Montefeltro nel 1657 fu trasferita in Vaticano. Non cessò tuttavia la funzione di centro di studi di Urbino: nel 1671 papa Clemente IX concesse ufficialmente all’ex Collegio dei dottori il titolo di Università.

Una svolta importante giunse nel 1700, quando fu eletto pontefice il cardinale urbinate Giovanni Francesco Albani con il nome di Clemente XI (1700-1721). Il nuovo papa promosse il restauro di molti edifici e la donazione di opere d’arte, molte delle quali oggi conservate nel Museo Diocesano. Artisti e architetti famosi tornarono a operare in città.

Nel 1781 un terremoto colpì Urbino provocando gravi danni al Duomo, che non poterono essere riparati prima che, otto anni più tardi, crollasse la cupola. L’intero edificio fu perciò ricostruito, in forme neoclassiche, dall’architetto romano Giuseppe Valadier e inaugurato nel 1801.

Nel 1797 Urbino e la sua legazione furono invase dai napoleonici e l’anno successivo entrarono a far parte della Repubblica romana.

Nel 1808 il territorio urbinate fu compreso nel napoleonico Regno d’Italia. L’Università fu chiusa; riaprì faticosamente con la Restaurazione. Le nuove idee di riscatto nazionale trovarono terreno fertile tra i docenti e gli studenti universitari.

Tra il febbraio e il marzo 1831 si consumò un’insurrezione contro il potere temporale dei papi che però fallì rapidamente ed ebbe come conseguenza una breve chiusura dell’ateneo. Dal 1849 al 1853 fu edificato il nuovo Teatro Sanzio sacrificando il tratto terminale della Rampa di Francesco di Giorgio.

Una città universitaria patrimonio dell’Umanità

Subito dopo l’Unità d’Italia l’ateneo urbinate fu dichiarato Università libera, statuto che conserverà fino al 2007. Essa era composta dalla Facoltà di Legge, dal primo biennio della Facoltà di Fisica e Matematica e dai corsi Chimico-farmaceutico e di Ostetricia. Con il contributo del Comune fu riaperto, nel gennaio 1895, il corso di Medicina veterinaria. A partire dagli anni Trenta Urbino si è andata caratterizzando sempre più come città universitaria: all’originaria Facoltà di Giurisprudenza si sono aggiunte via via le Facoltà di Farmacia (1933), Magistero (1937), Lettere (1956), Economia (1959), Scienze (1971), Lingue, Sociologia (1991), Scienze Politiche, Scienze Ambientali (1992), Scienze della formazione (1997) in sostituzione di Magistero e Scienze motorie (1999) in sostituzione dell’ISEF nato nel 1962. Alla crescita e all’affermazione dell’ateneo urbinate ha dato un decisivo impulso Carlo Bo (1911-2001), critico letterario e rettore dal 1947 al 2001. A lui è oggi intitolata l’Università.

Il notevole ampliamento delle strutture universitarie coinvolse tutta la città, con la ristrutturazione di antichi palazzi e la costruzione di nuovi edifici, opere affidate all’architetto Giancarlo De Carlo. Nel 1960 iniziava la costruzione del primo nucleo dei Collegi universitari. Quando Carlo Bo assunse il rettorato nel 1947 gli studenti erano 3.150, oggi sono circa 24.000, superando di gran lunga la popolazione di Urbino, che assomma a 15.500 abitanti.

Tra gli scrittori urbinati, il più noto e influente nel Novecento è stato Paolo Volponi (1924-1994).

Tra Otto e Novecento la cultura urbinate si è espressa anche al di fuori dell’ambito universitario. Una delle più importanti istituzioni cittadine è stata la Scuola del Libro. Nata nel 1861, si affermò ben presto nel campo dell’incisione e dell’illustrazione formando artisti di fama nazionale. Negli anni Sessanta è stata trasformata in Istituto Superiore per le Industrie Artistiche ed ha sede nell’ex Monastero di Santa Chiara. Pure fondata dopo l’Unità è l’Accademia Raffaello, collocata nella casa natale del grande genio urbinate. Nel 1967 è stata istituita l’Accademia di Belle Arti. Nel mese di luglio si tiene a Urbino un importante Festival Internazionale di Musica Antica. Tuttavia l’istituzione più rilevante della città sia dal punto di vista culturale che turistico è la Galleria Nazionale delle Marche, nel Palazzo Ducale, sede di mostre di risonanza internazionale. Nel 1998 il centro storico di Urbino è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’Umanità.

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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