L’abbazia di San Firmano a Montelupone

L’abbazia di San Firmano sorse alla fine del X secolo nella Valle del Potenza all’estremo nord della Marca Fermana, in una terra di confine (oggi in Comune di Montelupone) tra i possessi di grandi abbazie come S. Apollinare in Classe (Ravenna) e Farfa. I primi documenti che la riguardano attestano che una pia signora dei conti Grimaldi di Lornano ne promosse l’edificazione intorno al 980. All’epoca esisteva già in loco una chiesa dedicata a S. Giovanni Evangelista che sarebbe stata chiamata di S. Benedetto essendo i monaci del nuovo convento benedettini. L’abate chiamato a dirigere il cenobio nel 986 dai conti Grimaldi si chiamava Firmano ed era nato presumibilmente a Fermo. Dopo aver preso gli ordini sacerdotali aveva abbracciato l’ordine benedettino e vissuto per un certo periodo ad Acquacanina. Egli resse l’abbazia fino al 992, anno della sua morte, quando gli successe Teodorico, cui dobbiamo le notizie sulla sua vita. S. Pier Damiani lo menziona  l’abate Firmano in un’opera antecedente al 1050 attribuendogli la santità. Lo stesso abate Teodorico, che soffriva di artrite, affermava di essere guarito per mezzo dell’intercessione del santo suo predecessore.  

I monaci di S. Firmano si dedicarono alla bonifica della Valle del Potenza coltivandone le terre. Già nel 1028 l’abate di S. Firmano era a capo dell’omonimo ministerium, vale a dire di un’amministrazione economica e civile delle terre legate all’abbazia stessa. Nel XII-XIII secolo il cenobio fondato da S. Firmano continuò a fiorire e ad accrescere la propria potenza controllando soprattutto il territorio di Montelupone, ma anche detenendo terre anche in località come Macerata, Morrovalle, Civitanova e Fiastra.

Tuttavia nel 1248 l’abbazia fu devastata dalle truppe di Roberto di Castiglione, vicario dell’imperatore Federico II, vittoriose nei pressi di Osimo sull’esercito pontificio, cui i monaci di S. Firmano avevano prestato il loro sostegno. Dall’elenco dei danni sofferti dall’abbazia sappiamo che all’epoca essa era abitata da 19 monaci e possedeva 12 case, due mulini, tre campane, nove carri e 13 alveari. I benedettini però ricostruirono il loro cenobio e la chiesa. Nel corso dei lavori, nel 1256, essi rinvennero all’interno della chiesa il corpo di S. Firmano e lo collocarono sotto un altare al centro di una grande cripta gotica a cinque navate, sopraelevando il presbiterio, raggiungibile con una imponente scalinata. Oggi l’altare è sormontato da una statua in terracotta policroma del santo attribuita ai fratelli Della Robbia. La chiesa, di impianto basilicale a tre navate terminanti in altrettanti absidi, assunse così la sua forma definitiva. Anche la bella lunetta collocata sopra il portale con l’altorilievo del Crocifisso e della Madonna con Bambino e altre figure, è riferibile a questo periodo. 

Con l’affermarsi del potere comunale le abbazie decaddero e tale fu la sorte anche di S. Firmano che nel 1469 contava solo quattro monaci e fu pertanto affidata a un cardinale commendatario. Complessivamente questa piccola ma solida abbazia era vissuta per quasi cinque secoli. I suoi beni furono da allora amministrati da alti prelati, compreso il cardinale Flavio Chigi, nipote di papa Alessandro VII (dal 1656 al 1696). Già alla metà del Settecento un cardinale diede le terre di S. Firmano in enfiteusi ai conti Galantara, che le avrebbero poi detenute a lungo a vario titolo, così che diversi membri di questo nobile famiglia (da cui sarebbe nato il celebre vignettista anticlericale Gabriele Galantara) sono ricordati in lapidi all’interno della chiesa. 

 

a cura di Pier Luigi Cavalieri

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