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Il Tango delle Castagnole



Gli abusi alimentari come massima trasgressione carnevalesca
Saturno, figlio del Cielo (Urano), spodestato e fatto precipitare da suo figlio Giove sulla Terra, si rifugia in Italia (Saturnia) e la governa insegnando agli uomini italici (Saturnia Gens) l’agricoltura e le opere agresti all’insegna dell’uguaglianza civile.
Furono anni di pace e di benessere e la chiamarono Età dell’Oro. I Romani antichi a ricordo di quel periodo dedicarono i Saturnalia, feste popolari in cui lo schiavo vestiva le vesti del padroni ed entrambi si sedevano ad un unico desco permettendosi ogni libertà.
Si abbandonava ogni lavoro, si banchettava ed era tutto baldoria e licenziosità. Sembra certo che questi antichi festeggiamenti, per continuità storica e tradizionalistica, siano i progenitori del Carnevale da noi oggi celebrato. Carnevale: carnem levare “togliere la carne”, fine di quel folle periodo che precede il digiuno quaresimale.

Il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio Abate, il barbuto santo, secondo la tradizione, ci consegna simbolicamente le chiavi del Carnevale. Il porcellino allevato dal popolo e benedetto dal taumaturgico frate, viene venduto per fare le spese della festa.
La prima festa in cui compare un pupo fatto di pane che mangiato, consumato, “ucciso”, principia una serie di pupazzi, fantocci, “maschere” di Carnevale appunto, che venivano ripetutamente sacrificate sul rogo della trasgressione tipica delle feste pre-quaresimali.

La Quaresima che, nella simbolica lotta con il Carnevale, sempre vince, purifica quei giorni dell’eccesso (“il Male”) nell’intenzione comune di chiudere un periodo per propiziarne un altro con nuova vitalità.
Le maschere che nascondono e confondono, che, come nei Saturnalia, scambiano i ceti, simboleggiano i poveri che si vestono da signori, con il permesso di questi ultimi, esagerando per ritornare a vivere.
Quei carri allegorici da cui i padroni concedevano, senza disprezzo, cibo a tutti, quei carri dell’abbondanza, della cuccagna, a cui ognuno poteva accedere, sono gli stessi da cui oggi ritualmente vengono lanciati grandi quantità di dolciumi.

La trasgressione alle norme di moderazione e di penuria si traduce nell’eccesso alimentare. L’intravedere la penitenza e l’astensione quaresimale ci autorizza, come vuole la tradizione, a mangiare per ben 14 volte durante il Giovedì Grasso (e come potrebbe non esserlo!), tanto che, nell’estremo tentativo di saziarsi, poco prima della mezzanotte che precede il mercoledì delle Ceneri, si fa l’ultima mangiata di maccheroni.

Al pupazzo Carnevale, condannato a morte, prima di essere bruciato, viene concesso di fare testamento che si trasforma in un inno ai piaceri mangerecci perduti:

“O San Cappone, a te mi raccomando,
o degni vini, io fui vostro devoto,
o selvaggiumi, io vi vengo pregando,
da poi che ‘l corpo mio si sente vòto;
o lepre e marinaccio, io v’accomando
ch’io farò della morte gran tremuoto,
e lasso il corpo al fuoco e l’alma ‘i chiasso”.
L’indulgenza gastronomica ha un suo picco: il dolce.

Quella sensazione estrema che appaga e rilassa, oltre la quale c’è solamente altro dolce che satura prima di stomacare.
Si è giunti; si è satolli; si è trasgredito! Sono quindi i dolci che caratterizzano i carnevali regionali e nelle Marche è la castagnola che simboleggia il Carnevale.
In una capiente padella di ferro si porrà abbondante strutto di primissima qualità attendendo che fonda a fuoco medio e che frema di quel fremito di chi attende impazientemente di abbracciare la sua amata, mal celando la propria natura ardente.
Nel frattempo si uniscano con cura alimenti quali zucchero raffinato, fior di farina, uova di giornata, latte appena munto, buccia grattugiata di limone di Sicilia, mistrà di campagna, bicarbonato di sodio, al fine di ottenere un impasto semi-solido.
L’aiuto di un cucchiaio ci permetterà di raccogliere quella giusta quantità di impasto che comporrà la castagnola che pallida, emaciata, ancora fiacca, tremante, si avvicina timida allo strutto già in attesa.
Sta per iniziare la danza, il tango sinuoso e provocante. Lei di slancio si butta, lui l’accoglie con un abbraccio caldo, anzi bollente. I movimenti veloci, insieme a rumori setosi, ci fanno intuire un loro istintivo affiatamento.
La castagnola si tende, arrossisce, anzi imbrunisce. Lo strutto, smorzata l’irruenza iniziale, sembra calmarsi ed indugia in un tango più modulato, più lungo e deciso, figurato. Improvvisamente dopo qualche giro di pista, anzi di padella, lei di scatto si gira, sembra cadere, ma lui la sostiene avvinghiandola: è il casquet. Sono ormai “cotti” uno dell’altra. Lui esausto libera la sua compagna che, imperlata di un leggero sudore “grasso”, si adagia su di un asciutto giaciglio di carta-paglia a riposare per pochi attimi, prima di imbellettarsi con una deliziosa cipria di zucchero a velo e presentarsi in pubblico “tiepidamente gonfia e soddisfatta”.

Francesco Tadolti


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