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La Pasquella espressione della saggezza popolare


gennaio 2003
Il giorno dell’Epifania a Montecarotto è dedicato alla Pasquella

uno dei più antichi canti rituali di questua Frammenti di cultura popolare che una volta rappresentavano l’essenza del mondo rurale. I canti rituali di questua appartengono a quella categoria di testimonianze che sono per lo più scomparse ma che costituiscono vere e proprie pillole di saggezza nelle quali i contadini nascondevano la verità.
Il guaio è che la tradizione orale per essere trasmessa deve necessariamente essere scritta e chi ha fatto questo lavoro si conta sulle dita di una mano.
Il canto della Pasquella è uno dei più importanti rituali di questua del solstizio d’inverno ed è in via d’estinzione, come ricorda Gastone Pietrucci, uno dei rari volontari che ha setacciato tutte le Marche alla ricerca delle testimonianze orali. Un canto che resiste solo in alcune zone del pesarese e dell’Umbria. In altre aree la Pasquella viene confusa anche con il canto di Sant’Antonio, di gran lunga più diffuso.

A Montecarotto il Centro di Tradizioni Popolari, diretto dallo stesso Gastone Pietrucci, promuove ogni anno il 6 gennaio la rievocazione della Pasquella che viene portata per le vie del paese da numerosi gruppi più o meno estemporanei.
Così come si faceva una volta quando squadre di cantori passavano casa per casa cantando strofe come augurio di salute, di benessere e di abbondanza, in cambio di piccole offerte di denaro, cibo e vino. Solitamente veniva cantato il giorno dell’ultimo dell’anno e la notte dell’Epifania (5 gennaio) da gruppi di questuanti nella classica formazione di tre elementi: organetto, cembalo, timpani (triangolo) e voci maschili.
L’unica eccezione si registra nel fabrianese dove gli strumenti che accompagnano sono il violone, i violini, la fisarmonica o l’organetto.
Come tutti gli altri canti di questa, la Pasquella coincide con una data ben precisa del calendario agricolo ed è un rito propiziatorio legato a credenze addirittura precristiane.
Per comprendere esattamente quale fosse il contenuto del canto è interessante riportare integralmente una Pasquella che veniva portata nelle campagne dell’Ascolano nella zona compresa tra Appignano del Tronto e Castignano, come trascritta da Guerriero Carosi nel suo libro “Stornelli e proverbi. Filastrocche, canti religiosi, ninne nanne, indovinelli, parole e detti della mia terra”, un volume di grande importanza nell’ottica del recupero di tutte le tradizioni orali che vanno scomparendo.
“Pasqua, Pasqua è menuta/lu Segnore ce l’è mannata/ce l’è mannata chen tanta allegria/viava Pasqua e la Bifania/ Se me dete na saggiccia (salsiccia)/ i ve diche padrona ricca/e se vu nen me la dete/i ve diche padrona ingrate”.



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