Quello di Venarotta è un nome che ha dato luogo ad interpretazioni diverse. Esse, ma nessuna può dirsi provata, possono essere raccolte in due grandi gruppi.

VENERE ROSSA Il primo, generalmente citato dagli storici più antichi, è quello che potremmo definire leggendario e che si lega, in un modo o nell’altro, al nome di Venere nelle sue specifiche prerogative di dea dell’amore. Secondo una variante di questo gruppo, nella zona sarebbe esistito un tempietto pagano dedicato alla famosa dea di Cipro che sarebbe stato distrutto dai primi cristiani, onde una “Venere rotta” rovinata, distrutta. Tutto questo però contrasta con il fatto che nella dizione dialettale di dice Venaròtta (con la “ò” aperta) e non con la “o” chiusa come sarebbe giusto nel caso di aggettivo derivato dal verbo rompere . Infatti “ròtta” semmai significa “grotta”. Un’altra tesi, sempre di questo gruppo mitologico, giustificherebbe la “ò” aperta con il fatto che il simulacro della dea era rosso e che esisteva ancora quando in zona, verso la metà del 500 d.c., erano arrivati i Longobardi che, parlando antico tedesco o gotico che sia, lo chiamarono la Venere-rossa “Venus-ròth”. Cioè Venarotta. Secondo altri invere, la faccenda sarebbe stata più cruenta. E cioè Longobardi avrebbero violentato alcune donne del luogo, ci sarebbe stata baruffa e relativo spargimento di sangue. Dal che una improbabile “venere – rossa” o “ròth” che dir si voglia. Comunque sia, tutte le diverse ipotesi di questo gruppo fanno capo al nome mitologico di Venere e sembrano riferirsi ad antichissimi riti agresti relativi alla fecondità sia della terra che degli animali e naturalmente degli uomini.

LA PIETRA ROTTA Il secondo gruppo, che sembra più fondato anche se meno suggestivo, si riferisce alla natura geologica del terreno, partendo dal fatto che per “vena” si intende anche un “filone” o uno strato di roccia. Ora, poiché nella zona affiorano frequentemente estesi e lunghi banchi di tufo arenario del miocene (molasse), qualcuno ritiene che il toponimo Venarotta, nel medioevo attestato come “Vena Rupta”, vogli intendere una frattura di questi banchi di pietra. Infatti a Venarotta si arriva passando in mezzo a tufi fratturati. Tuttavia anche in questo caso c’è la questione dell’accento, giacchè la “vena spezzata” dovrebbe dar luogo ad un toponimo “Venarotta” con la “o” chiusa e non con la “ò” aperta che, semmai, potrebbe ipotizzare una “grotta nella vena“ ovvero “una vena con la grotta”. In ogni caso non si può escludere che attraverso secoli di trasmissione orale l’accento abbia perduto la caratteristica iniziale. Fatto è, comunque, che ci sono molte località intono ad Ascoli caratterizzate da toponimi con la radice “vena”chiaramente riferita agli strati di pietra e non a Venere. Basta pensare a Venagrande, Venapiccola, la Vena, Le Vene, Sopravena, Valle Venéra. Restando però nell’ipotesi di nome derivato da una caratteristica della roccia, non è possibile rifiutare “a priori” l’idea che Venarotta significa semplicemente “pietra rossa” giacché il tufo è in genere rossiccio e c’è una località, sopra ad Ascoli, nota come “vene rosse” o “Venerosce”. In questo caso, sempre però ammettendo variazioni fonetiche avvenute nei secoli, si avrebbe spazio sia per il “ròth” dei Longobardi che per il “roscia” del dialetto. In ogni caso non esistono fonti attendibili o testimonianze archeologiche che possano guidarci verso la verità. Possiamo solo fare come abbiamo fatto: riferire le varie tesi. La storia di Venarotta tende in grandissima parte ad identificarsi con quella della vicina Ascoli ma non in quanto rifletterebbe uno stato di subordinazione, bensì per una omogeneità storica che fatalmente deriva da precedenti omogeneità demografiche, culturali, economiche. Il piccolo territorio venarottese, certamente in grado di ospitare e rifugiare le vittime cittadine delle invasioni barbariche, non poteva avere la forza per svolgere, e per di più sul confine, una politica autonoma. D’altro canto gran parte del territorio venarottese era in mano ai “farfensi”, cioè ai monaci imperiali di Farfa che da poveri missionari benedettini (come li aveva voluti San Benedetto) si erano trasformati in potenti e qualche volta prepotenti feudatari. Comunque non intendiamo riferirci ad eventuali tracce di insediamenti preistorici, sia perché dovremmo, semmai, tornare a quella che normalmente viene definita “notte dei tempi”, sia perché in effetti in Comune di Venarotta, forse anche per mancanza di serie ricerche, non abbiamo reperti attendibili. E’ da supporre che nei millenni precedenti il 1000 a.C. (età picena del ferro) nella zona ci sia stato uno dei primitivi villaggi agricoli che nell’insieme davano vita all’etnia degli Asili e più tardi dei Piceni.

fonte: www.comune.venarotta.ap.it

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  • citta: VENAROTTA
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