Macerata (41.000 abitanti), capoluogo di una delle cinque province delle Marche, sorge su una collina rivolta a nord verso la valle del Potenza e a sud verso quella del Chienti, il cui punto più alto è a 314 m.; è sede episcopale e di Università, oggi sempre più caratterizzata come centro di cultura.
Il territorio maceratese fu popolato originariamente dai Piceni, i quali intrattenevano rapporti con le città greche della costa adriatica, Numana e Ancona, come testimoniano vasi greci ritrovati in diversi luoghi della città. Dopo la guerra sociale passò sotto il controllo di Roma. Plinio il Vecchio menzionò per primo la città romana di Ricina (che sorgeva lungo la strada che collegava Ancona ad Ascoli) la quale aveva il suo centro nell’attuale località di Villa Potenza, dove restano le notevoli vestigia del teatro edificato in età giulio-claudia.
Sotto l’imperatore Settimio Severo il nome della città fu cambiato in Helvia Ricina Pertinax. L’età romana ha lasciato a Macerata varie altre testimonianze, tra cui le statue oggi conservate nell’atrio del Palazzo Comunale.
Le origini e il nome
Il nome di Macerata o, per esattezza, quello di terra de Maceriatinis fa la sua prima comparsa in un diploma dell’imperatore Ottone I nell’anno 967. Più tardi viene citato il castrum Maceratae che diventa infine civitas Maceratae. In mancanza di prove documentarie si sono avanzate varie ipotesi sull’origine del toponimo. Secondo alcuni Macerata deriverebbe dal sostantivo macèra che poteva riferirsi a un luogo dove veniva posta a macerare la canapa, la cui coltivazione era nel Medioevo assai diffusa. Tuttavia oggi prevale l’ipotesi che assegna al termine macèra il significato di “muri a secco utilizzati per la delimitazione delle terre”. Tali muri altro non sarebbero state che maceriae, cioè pietre e mattoni ricavate da costruzioni antecedenti. Il citato documento imperiale confermava il possesso del territorio de Maceriatinis ai farfensi di S. Vittoria in Matenano, i quali però avrebbero perso tale potestà nel secolo successivo a vantaggio del vescovo di Fermo.
I primi nuclei abitativi si formarono in due punti della futura città, il Poggio S. Giuliano, nell’area dell’attuale Duomo, e il castello (o castrum) di Macerata, situato nella zona della Posta centrale. I due piccoli abitati strinsero un’alleanza per limitare il potere del vescovo di Fermo, anche perché si trovavano in una parte periferica del suo territorio, al confine con quella di Camerino.
Il Comune
Se il solo Poggio San Giuliano si era visto riconoscere l’autonomia comunale nel 1116, la nascita ufficiale del nuovo comune unificato, che prenderà il nome di Macerata, si fa risalire al 29 agosto 1138. L’atto di unione fu solennemente celebrato davanti alla pieve (dal 1320 cattedrale) di S. Giuliano, santo che diventerà il patrono della nuova città. Nel periodo che seguì il nuovo comune si espanse assoggettando i castelli vicini (Casale, Lornano, Morico, Noncastro, S. Pellegrino, Montanello, Lotenere, Corneto ecc.) e trasferendone a forza gli abitanti all’interno della sua cinta muraria. Furono redatti gli statuti comunali e definite le cariche pubbliche. Tra il 1286 e il 1288 l’architetto Bartolomeo di Bonfiglio da Forlì venne invitato a costruire il palazzo della Ragione e quello dei Priori nella zona (oggi Piazza della Libertà) a metà strada tra i due centri unificati. Il primo si trova incorporato nell’attuale palazzo della Prefettura. La città si diede anche uno stemma, ripreso forse da monete romane, una mola da mulino, che simboleggiava sia l’abbondanza dei mulini nel suo territorio, soprattutto in prossimità dei fiumi Chienti e Potenza, sia l’operosità dei suoi abitanti. I mulini erano alimentanti da canali artificiali, le cui acque fornivano energia alle gualcherie (macchine che toglievano alla lana le impurità) e alle segherie. Solo nel 1570 sullo stemma comunale alla mola sarebbe stata aggiunta una croce greca rossa in campo bianco.
Si fa risalire al 1290 l’istituzione a Macerata di una scuola di diritto, che darà origine alla futura Università. Un bando del Comune invitava i giovani del circondario a recarsi a studiare legge presso il maestro Giulioso da Montegranaro.
Il conflitto tra papato ed impero vide Macerata all’inizio barcamenarsi tra i due contendenti per attestarsi alla fine del Duecento su posizioni guelfe. Tale scelta fu premiata dal papa Giovanni XXII che nel 1320 tolse a Recanati, schieratasi con i ghibellini, la sede vescovile assegnandola alla stessa Macerata, che venne perciò ad assumere anche il titolo di civitas benchè per popolazione (circa 1.800 famiglie) non si potesse paragonare alle città maggiori delle Marche dell’epoca (ad Ascoli vivevano 6.000 famiglie e a Fermo 10.000). Quanto a Recanati avrebbe riavuto in parte la sede vescovile. L’importanza di Macerata era dovuta però al fatto che, grazie alla sua posizione geografica, centrale rispetto alla Marca, vi era stata insediata di fatto, dopo alcune incertezze, la Curia generale della Marca anconitana, con il suo rettore.
Dalle signorie allo Stato ecclesiastico
La crisi dei comuni portò all’instaurarsi di una signoria anche a Macerata. Furono i guelfi Mulucci ad imporre il loro dominio, all’incirca tra 1321 e la metà del secolo, pur con varie interruzioni. Una signoria più potente finì però per subentrare ai maceratesi Mulucci: quella dei camerinesi Da Varano che dominarono la città tra XIV e XV secolo, procurandole parecchi guai compreso un duro assedio, gloriosamente respinto, nel 1377, da parte delle compagnie di ventura di Luzzo di Landau e Rinalduccio da Monteverde. Dal 1433 fino al 1445 Francesco Sforza esercitò il suo dominio su Macerata e buona parte delle attuali Marche. Con il ritorno sotto il dominio della Chiesa ebbe inizio un periodo assai felice per la città di Macerata, che venne ad assumere anche ufficialmente il ruolo di capoluogo della provincia della Marca e ad essere sede dei cardinali che la amministravano. Uno di essi, Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III, fece costruire nel 1504-5 la Loggia dei Mercanti, elegante edificio rinascimentale a due piani con loggiato ad arcate che sarebbe diventato uno dei simboli di Macerata.
Nel secondo Quattrocento fu ricostruita, in seguito al ritrovamento della reliquia del braccio di S. Giuliano, la cattedrale fiancheggiata da una torre campanaria ancora oggi esistente.
A proposito del patrono, la cui immagine più antica risale al 1326, una dubbia tradizione vuole identificarlo con S. Giuliano l’Ospitaliere, santo venerato anche a Parigi nella chiesa di St. Julien-le-Pauvre situata nel Quartiere Latino. La sua fu una vita di espiazione al servizio dei poveri e al traghettamento dei pellegrini da una sponda all’altra di un fiume dopo il duplice omicidio dei genitori scambiati per la moglie e l’amante di lei. La cattedrale sarebbe stata poi ricostruita nelle forme attuali nel Settecento.
Una chiesa molto legata alla storia della città è S. Maria della Porta, in piaggia della Torre, che trae il suo nome da una porta che si apriva sulle prime mura (in seguito demolite) e fu edificata nell’XI secolo per segnare l’estremo limite del territorio fermano. Modificata nel secolo successivo, fu trasformata in cripta di una nuova chiesa costruita nel Duecento e dotata sul lato nord di un bel portale gotico in laterizio. Sulle chiavi di volta della chiesa inferiore si notano gli emblemi della confraternita dei Flagellanti che qui aveva sede.
Dal Cinquecento all’occupazione napoleonica
Un secolo di trasformazioni
L’importante funzione di sede del Cardinale legato e del governo della Marca, ottenuta da Macerata nel 1445, diede un forte impulso sia all’economia che all’edilizia della città: furono riedificate le mura cittadine, fu ricostruita la Cattedrale (1459-1464) con il campanile, inoltre furono ristrutturati il palazzo dei Priori e della Ragione in piazza per destinarli a sede del Cardinale legato.
Tuttavia il secolo d’oro di Macerata non è tanto il Quattrocento, segnato da guerre e pestilenze (ad una di esse è legata la costruzione della chiesetta votiva di S. Maria della Misericordia), quanto il Cinquecento, periodo in cui fu ridefinito il volto della città. Nel 1521 l’architetto militare della S. Casa di Loreto Cristoforo Resse, allievo del Sangallo, fu incaricato di completare la cinta muraria. Fu inoltre completamente ristrutturata la piazza centrale, nella quale trovarono spazio la Loggia dei Mercanti e il grande Palazzo legatizio, cioè dei Cardinali legati (oggi sede della Prefettura), in cui operavano la Cancelleria civile e criminale e vi erano collocate anche le prigioni. A partire dal 1581 vari interventi operati da un altro architetto della S. Casa, Lattanzio Ventura, definirono la nuova forma trapezoidale della piazza.
Una data importante per Macerata è il 1° luglio 1540, quando papa Paolo III istituì lo Studium Generale, cioè l’Università, completo di tutte le facoltà dell’epoca: Teologia, Giurisprudenza, Medicina e Filosofia. (Una scuola di diritto, primo nucleo dell’Università, era tuttavia presente a Macerata sin dal 1290). Si edificò allora il Palazzo dello Studio, oggi sede del Comune.
Nel 1588 fu insediato a Macerata il tribunale della Rota, che accentrò gradualmente l’amministrazione della giustizia di buona parte della Marca. In questi anni Lattanzio Ventura avviò la costruzione del Palazzo comunale (che ospita oggi il teatro Lauro Rossi), di fronte a quello legatizio. Anche l’edificazione dell’annessa Torre Civica, sospesa nel secolo precedente, fu ripresa su disegno dell’architetto militare Galasso Alghisi. Oltre alle opere pubbliche, anche l’edilizia privata conobbe un grande fervore. Risale al 1535 la costruzione del Palazzo dei diamanti (per la famiglia di Bartolomeo Mozzi), uno dei più belli della città. Nella seconda metà del secolo operarono a Macerata Pellegrino Tibaldi e Pompeo Floriani (1545-1600), quest’ultimo nativo della città e celebre ingegnere militare. Tra il 1550 e il 1557 fu edificata l’imponente chiesa di S. Maria delle Vergini, opera di Galasso Alghisi. Alla fine del Cinquecento Macerata era pertanto una città completamente rinnovata e in piena espansione.
Gli ultimi anni del XVI secolo videro tuttavia un ridimensionamento del suo ruolo nel contesto della Marca anconetana poiché papa Clemente VIII nel 1592 accentrò a Roma la direzione politico-amministrativa dello Stato pontificio togliendo molte funzioni ai piccoli capoluoghi regionali. Anche lo stesso territorio della Marca venne molto ridotto attraverso la concessione di “governi” (cioè di autonomie locali) a San Severino, Jesi, Fabriano e Loreto.
Il Seicento
La nuova situazione comportò una relativa perdita dell’importanza politica di Macerata (anche se la città continuò ad essere sede del Cardinale legato) che ebbe riflessi anche sul piano economico e demografico. Il fervore edilizio del secolo precedente fu molto rallentato, anche se il riassetto urbanistico della città fu comunque portato a compimento dall’architetto Gian Battista Gavagna. Nel 1653 venne completata la costruzione della Torre Civica o dell’Orologio, alta 64 metri.
Proseguì tuttavia l’edificazione di chiese, conventi e collegi legate ai nuovi ordini religiosi. Nel 1681 i Gesuiti alloggiarono il loro Collegio nel palazzo oggi occupato dalla Biblioteca Mozzi-Borgetti, accanto alla chiesa di S. Giovanni, edificata nella prima metà del secolo su progetto del maceratese Rosato Rosati. La chiesa, sormontata da un’alta cupola, presenta una bella facciata, a due piani, in cotto e travertino, l’unica terminata nel centro storico. Compì parte dei suoi studi in questo collegio il gesuita maceratese Matteo Ricci (1552-1610), che avrebbe tentato di evangelizzare la Cina rispettandone la cultura. Oggi padre Matteo Ricci, autore di un gran numero di scritti, è riconosciuto quale primo insigne sinologo europeo.
Anche i Barnabiti costruirono, accanto alla chiesa di S. Paolo, in un angolo della piazza, il loro Collegio, edificio che oggi ospita la sede centrale dell’Università.
Il Settecento
Nei primi decenni del Settecento fu edificata, su progetto dell’architetto romano Giovan Battista Contini, la bella chiesa barocca, a pianta ovale, di S. Filippo, annessa al convento dei Filippini, oggi sede della Provincia di Macerata. Inoltre nel 1734 si tornò a ricostruire, su mirabile disegno del Vanvitelli, la chiesa della Madonna della Misericordia poi decorata da Francesco Mancini e Sebastiano Conca. A fine secolo Cosimo Morelli diresse la ristrutturazione del Duomo nonché la costruzione della chiesa di S. Giorgio.
Proseguì in questo secolo anche la costruzione delle lussuose residenze della locale nobiltà fondiaria A G.B. Contini si deve una delle più belle residenze signorili di Macerata, Palazzo Bonaccorsi, dotato di terrazzi aperti e di interni finemente affrescati. Altri notevoli edifici di questo secolo furono i palazzi Asclepi-Salimbeni, Compagnoni, Pellicani, Costa, Lauri , Ricci-Petrocchini, Compagnoni-Floriani e soprattutto Marefoschi e Torri (1738-1785), il cui progetto è attribuito al Vanvitelli, mentre i disegni dei neoclassici palazzi de Vico e Ugolini, sono del Valadier. Inoltre tra il 1775 e il 1772 fu costruito il nuovo teatro, oggi intitolato a Lauro Rossi, progettato da Cosimo Galli e completato da Cosimo Morelli. A una nobile famiglia maceratese apparteneva Giovanni Maria Crescimbeni (1763-1728), il letterato che fondò a Roma nel 1692 l’accademia dell’Arcadia, istituzione che avrebbe esercitato una notevole influenza sulla letteratura italiana del tempo.
Un vento di rinnovamento toccò nel Settecento anche Macerata, soprattutto attraverso la cinquecentesca accademia dei Catenati. La soppressione dell’ordine dei Gesuiti (1773) diede l’opportunità di costituire la futura Biblioteca comunale che si sarebbe chiamata, dai suoi due munifici benefattori, “Mozzi-Borgetti”.
Occupata dall’esercito napoleonico nel 1798, Macerata fu aggregata alla Repubblica romana e fu designata come capoluogo del Dipartimento del Musone. Tuttavia la soppressione degli ordini religiosi e una forte tassazione suscitarono nella popolazione una profonda avversione nei confronti dei francesi che sarebbe sfociata in aperta rivolta. Nel giugno 1799 i napoleonici dovettero lasciare la città, ma vi rientrarono, abbandonandosi a saccheggi e profanazioni, il 5 luglio dopo una furiosa battaglia costata 360 vittime maceratesi. Con questo terribile evento si chiudeva tragicamente per la città il XVIII secolo.
L’Ottocento
Sotto il napoleonico Regno Italico, instaurato nel 1808 dopo una prima restaurazione pontificia, Macerata assunse la funzione di capoluogo del Dipartimento del Musone. In questo periodo svolse la sua opera pastorale in città il vescovo S. Vincenzo Maria Strambi (1745-1824), che avendo rifiutato di prestare giuramento di fedeltà a Napoleone, nel 1808 fu relegato a Milano e a Novara per un anno.
Non molto lontano dalle mura di Macerata si svolse nel maggio 1815 la battaglia che pose fine al dominio napoleonico in Italia, vale dire la battaglia della Rancia presso Tolentino, in cui gli austriaci prevalsero sulle truppe di Gioacchino Murat, re di Napoli. Murat aveva sostato in città il 30 aprile prima di accingersi alla battaglia.
Con la Restaurazione Macerata riprese il suo antico ruolo di capoluogo della Marca. Alcuni reduci napoleonici e murattiani avrebbero costituito ben presto in città i primi nuclei della Carboneria, tanto che nel 1817 si registrò una prima, velleitaria insurrezione. Nuovi moti carbonari si ebbero nel 1820-21 e nel 1831 (quest’ultimo con l’occupazione della città), seguiti dagli arresti e dalle condanne degli insorti.
Nel primo Ottocento Macerata si arricchì di quello che è oggi il suo monumento più famoso: lo Sferisterio. Il singolare edificio, che doveva servire per ospitare i tornei del gioco della palla al bracciale, fu voluto da un consorzio di nobili appassionati di quello sport che bandirono nel 1819 un apposito concorso per un progetto. Vincitore fu l’architetto Ireneo Aleandri (1795-1885) di San Severino, che fece di questo imponente edificio ellittico (m. 90x25) il suo capolavoro. Esso consisteva di un alto muro su cui andava fatta rimbalzare la palla, di un’esedra coperta e dotata di gradoni per il pubblico e di due sezioni terminali rette e porticate per gli ingressi. Questa specie di stadio, edificato in magnifiche forme neoclassiche con influenze palladiane, fu costruito nei pressi di Porta Mercato, che venne rifatta e ad esso armonicamente accostata. Lo Sferisterio fu inaugurato il 5 settembre 1829. Per gli spettacoli la città disponeva già di un elegante teatro, progettato dal Bibbiena e realizzato da Cosimo Morelli, il “Lauro Rossi”, inaugurato nel 1774.
Notevole fu l’apporto dei maceratesi alle battaglie per l’unificazione nazionale. Giuseppe Garibaldi, che sostò a Macerata per ventitré giorni nel 1849, fu eletto deputato per la città nel’assemblea costituente della Repubblica Romana e portò con sé molti volontari maceratesi che difesero Roma.
Con l’Unità d’Italia (1860) Macerata diventò capoluogo di una provincia che comprendeva anche la soppressa provincia di Camerino e il Vissano, ma era comunque territorialmente più ristretta dell’ex Marca pontificia, e perse vari uffici amministrativi, giudiziari e militari a vantaggio di Ancona, nuovo capoluogo regionale. Tuttavia continuava ad essere un importante centro culturale, con la presenza dell’antica Università (pur ridimensionata) e con l’istituzione del regio Liceo (uno dei tre dell’intera nuova regione Marche) e, più tardi, della Scuola di Agricoltura (1881) e dell’Istituto Tecnico. Per quanto riguarda l’Università, la Facoltà di Giurisprudenza conobbe un certo sviluppo e vide affluire ai suoi corsi numerosi studenti, non solo dalle Marche ma anche dal Mezzogiorno.
L’economia della città avrebbe continuato a lungo a reggersi su un’agricoltura praticata con metodi spesso antiquati, criticati da illustri economisti come il maceratese Ghino Valenti (1852–1920). Ai commerci e ai collegamenti con la capitale certamente giovò l’apertura, nel 1888, della tratta ferroviaria Macerata-Albacina, mentre già era attivo il collegamento con Porto Civitanova. Nacquero i periodici, come “Il Vessillo delle Marche”, “L’Unione”, “Il Cittadino” e molti altri. Parallelamente fiorì l’associazionismo, dal circolo garibaldino del Giardinetto alle Società operaie, ai nuovi partiti, come il socialista. Un importante giornale vicino a questo partito fu “La Provincia maceratese” che si pubblicò dal 1895 al 1922.
Il Novecento
La città cominciò a espandersi: nuovi quartieri residenziali sorsero tra le mura e la stazione, dietro l’odierno corso Cavour e nei pressi dell’attuale Stadio dei Pini. Negli anni precedenti la prima guerra mondiale si costruirono, le chiese dell’Immacolata e del Sacro Cuore, mentre la neoclassica chiesa di S. Croce è di fine Ottocento.
Nel 1905 si tenne a Macerata l’Esposizione marchigiana, una grande mostra che comprendeva le attività economiche e le istituzioni culturali allo scopo di mettere in luce i progressi nei vari settori produttivi, il patrimonio artistico e culturale, le tradizioni e la storia della regione marchigiana.
Nonostante che le forze politiche nazionali fossero tutte ben presenti in città, fino all’avvento del fascismo le tensioni tra di esse non sfociarono mai in scontri violenti.
Nel 1921 iniziarono le rappresentazioni di opere liriche nella splendida cornice dello Sferisterio. Fu un nobile civitanovese, il conte Pier Alberto Conti, a far nascere, con una memorabile Aida, quella che sarebbe diventata, soprattutto a partire dal 1967, una delle più importanti manifestazioni operistiche italiane.
Il fascismo trovò terreno fertile nell’ambiente universitario, tanto che si tenne proprio a Macerata, nel 1921, il primo congresso fascista marchigiano-abruzzese. L’anno successivo il fascismo avrebbe preso il controllo della città. Durante il ventennio numerosi edifici pubblici furono costruiti a Macerata su disegno del celebre architetto di regime Cesare Bazzani. Tra essi il Palazzo delle Poste, il Palazzo degli Studi (oggi Galleria Scipione) e lo scenografico Monumento ai Caduti, davanti al Campo sportivo.
La Seconda guerra mondiale ebbe gli effetti devastanti comuni al resto del Paese. La guerra e il regime fascista si conclusero a Macerata il 30 giugno 1944, quando i partigiani e le truppe alleate entrarono in città. Nei decenni che seguirono Macerata conobbe una forte espansione urbanistica, una notevole crescita economica e anche uno sviluppo industriale, sia pure tardivo.
Dagli anni Sessanta in poi la città andò sempre più caratterizzandosi come notevole centro universitario con l’istituzione delle Facoltà di Lettere e Filosofia (1964), Scienze Politiche (1989), Scienze della Formazione (1996), Economia (2001) e Scienze della Comunicazione (2004). La popolazione studentesca supera oggi le 13.000 unità. Tra le altre istituzioni culturali maceratesi, vanno menzionati il Museo di Palazzo Ricci, dedicato all’arte contemporanea, il Museo della Carrozza, la Pinacoteca Comunale e l’Accademia di Belle Arti, creata nel 1972. Tra i maceratesi illustri del Novecento: l’orientalista Giuseppe Tucci (1894-1984), i pittori Scipione (pseud. di Gino Bonichi, 1904-1933) e Ivo Pannaggi (1901-1981), e lo scultore Umberto Peschi (1912-1992).

a cura di Pier Luigi Cavalieri

foto Renato Gatta Alfredo Tabocchini

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