L’assedio di Acquaviva Picena

5 luglio 1799

 

Siamo nel periodo della Rivoluzione francese. I Giacobini del Cantone di Offida non hanno più l’appoggio e il supporto delle truppe francesi. Da sud avanzano le truppe degli insorgenti; si pensa allora di rinchiudersi nella Rocca di Acquaviva Picena (allora Acquaviva di Fermo). Comanda la difesa della Rocca il conte Boccabianca della legione romana, ma in realtà anima e artefice della resistenza è suo fratello Don Vincenzo. In tutto i difensori sono una cinquantina; tra essi quattro sacerdoti tra cui don Vincenzo. La sera del 5 luglio 1799 si hanno le prime avvisaglie dell’avvicinarsi degli insorgenti. Il 6 luglio entra nella scena Sciabolone con i suoi che, secondo alcuni, erano circa quattrocento, secondo altri mille.

L’assedio comincia un’ora prima dell’Ave Maria. Gli insorgenti disponevano di due pezzi di artiglieria e cercavano di trascinarli verso Porta Vecchia per abbatterla a cannonate. Appena però li misero in posizione di sparo, vennero fulminati da fucilate provenienti dalle case vicine. Poco dopo, attorno ai due pezzi giacevano inerti molti corpi degli assalitori caduti. Un vecchio cannoncino, dall’alto della Rocca, sparava su quanti si avvicinavano alla spicciolata. Alla fine, per l’usura, esplose.

I difensori della Rocca combattevano con accanimento; cadere nelle mani degli insorgenti significava morte certa, quindi c’era da vendere cara la pelle. Combattevano a difesa anche donne e bambini.

Il combattimento e l’assedio sarebbero durati ancora per molto tempo, ma alcuni insorgenti penetrarono clandestinamente da una finestra per aprire la porta. I difensori se ne accorsero e con alte grida richiamarono l’attenzione degli altri. Antonio Vulpiani, uno dei difensori accorsi, fu trafitto alla coscia e cadde. Intanto era stata aperta la porta. Don Vincenzo, anziché barricarsi dentro, mandò un messo a Sciabolone che stava entrando alla testa degli insorgenti: proponeva la resa, a patto che non vi fossero saccheggi e che i difensori non venissero molestati. Sciabolone accettò, o meglio finse di accettare. Infatti, appena si vide sventolare sulla Rocca la bandiera bianca cominciò l’eccidio dei difensori e il saccheggio delle case. Fu una scena d’inferno.

L’espugnazione di Acquaviva fu uno scacco tremendo per i francesi e i loro sostenitori. Il saccheggio durò tre giorni: furono bruciati edifici pubblici e l’archivio comunale, devastate le case. Ancora oggi sono visibili nelle mura i buchi fatti dai colpi di artiglieria.

I bagliori dell’incendio, narra Amedeo Crivellucci, si vedevano fino in Abruzzo. Non è esagerazione richiamare qui il passo di Ovidio (Tristia: Lib I III, 25-26) per descrivere l’orrore della distruzione e le fiamme dell’incendio: “Se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi, l’aspetto dell’assedio era uguale a quello della presa di Troia… “haec facies Troiae cum caperetur erat…”.

 

Gabriele Nepi

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