La città della carta dall’età romana ai primi del Cinquecento

Fabriano, con i suoi 30.000 abitanti, è uno dei centri di maggiore interesse storico delle Marche. Posta a 325 m. di altitudine, all’interno di una conca circondata da colline e da monti, Fabriano possiede un territorio vastissimo (quasi 270 kmq), che ne fa uno dei comuni più estesi d’Italia.

Numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano di un popolamento già avvenuto in epoca preistorica. In età romana nell’area fabrianese sorsero ben due municipi, Tuficum presso Albacina e Attidium (l’odierna località di Attiggio). Il nome della città sembra derivare dall’aggettivo Faberianus riferibile al gentilizio romano Faberius.

Le invasioni barbariche e la guerra greco-gotica spinsero gli abitanti dei due centri romani e anche della vicina Sentinum a rifugiarsi sull’altura di Castelvecchio, primo nucleo della futura città che si sarebbe formata nel XII secolo tramite l’unione con Castelnuovo o Poggio.

Già prima del Mille, e soprattutto nei secoli XI e XII, sorsero sul territorio di Fabriano eremi, monasteri e abbazie, come la benedettine S. Maria d’Appennino (metà del X sec., oggi in stato di abbandono) e S. Salvatore in Val di Castro, eretta fra il 1005 e il 1009 da S. Romualdo, il quale vi morì nel 1027. Fortemente rimaneggiata rispetto al disegno originale, la costruzione attuale risale al 1262. La figura di S. Romualdo sembra legata anche alla fondazione, avvenuta intorno al Mille, del celebre eremo di Fonte Avellana, non lontano da Fabriano.

L’eremo di S. Silvestro Abate o di Montefano fu fondato nel 1231 dall’osimano Silvestro Guzzolini, istitutore di una congregazione riformata dei Benedettini detta dei Silvestrini. Nel corso dei secoli, depredazioni e incendi hanno lasciato poco o nulla della primitiva costruzione. Un altro eremo benedettino, quello di S. Maria in Val di Sasso presso Valleremita (cui si accede oggi per una stradina impervia), edificato nel XII secolo, ospitò S. Francesco nel 1210.

Tra XII e XIII secolo venne edificata l’abbazia di S. Biagio in Caprile, un tempo famosa per i bellissimi affreschi trecenteschi del Maestro di Campodonico.

Il Comune di Fabriano fu fondato prima del 1165 da un gruppo di nobili unitisi ad alcune corporazioni artigiane. L’imponente palazzo del Podestà, edificato nel 1255 in forme romanico-gotiche, testimonia l’importanza che avrebbe ben presto assunto il Comune di Fabriano grazie soprattutto alla forza della sua economia. Anche la fontana del 1285 detta Sturinalto (perché “manda l’acqua in alto”), che fronteggia il palazzo e ricorda la fontana Maggiore di Perugia, è una significativa testimonianza della civiltà comunale fabrianese.

Tra le corporazioni fu l’arte dei fabbri che caratterizzò in un primo tempo Fabriano, tanto da comparire sullo stemma della città (immagine in alto a sin.). Le “fabbrerie” che sorgevano nella zona della piazza del Mercato erano ben 38 e producevano manufatti destinati sia al consumo interno che all’esportazione. Tra il XII e il XIII secolo iniziò per Fabriano un lungo periodo di prosperità caratterizzato dallo sviluppo delle attività economiche esercitate dalle varie “arti”, tra cui si distinguevano nel 1278 quelle della Lana, dei Calzolai, dei Conciatori di pelle (legate alla pastorizia e all’allevamento), dei Guarnellari, dei Merciai ed altre. La corporazione dei Cartari, che avrebbe reso famosa la città ben oltre i confini della penisola italiana, nasce un po’ più tardi, nel 1326.

La carta era giunta in Europa attraverso gli Arabi, ma si era cominciato a utilizzarla molto lentamente. I fabrianesi, primi in Italia, ne migliorarono la tecnica di fabbricazione adattando la macchina già impiegata per la follatura della lana e trasformandola nella pila idraulica a magli multipli, un marchingegno per preparare la pasta fibrosa con cui fabbricare la carta. Altra importante innovazione fu  la tecnica della collatura con gelatina animale. Presto, grazie anche ai mercanti locali, la città divenne nota in Europa per la lavorazione della carta filigranata.

Nei secc. XIV e XV si contavano in città circa 40 botteghe artigiane per la produzione del  prezioso materiale per la scrittura. Secondo stime di storici, alla fine del Trecento le 40 cartiere erano in grado di produrre 48.000 risme di carta l’anno, pari alla notevole cifra di 9.600.000 fogli. In questo periodo era dunque attivo, a cavallo tra Umbria e Marche centrali, una sorta di “distretto” della carta (di cui facevano parte anche Pioraco e Sigillo) che viveva sull’esportazione del suo prodotto nelle città italiane (Perugia, Fano, Ancona, Venezia le principali), europee (Barcellona e Catalogna, Montpellier e Provenza, Parigi) e persino del Medio Oriente.

Nelle vicende politiche del Comune ebbero un grande peso le corporazioni, che spesso ostacolarono il potere signorile. Tuttavia Fabriano ebbe una sua signoria, quella dei Chiavelli, che si costituì più tardi rispetto ad altri centri (1378) e cessò già nel 1435 con una rivolta di popolo che portò all’uccisione di tutti i membri maschi della famiglia. Dopodichè fu ristabilito il governo democratico, limitato tuttavia dal riconoscimento del dominio di Francesco Sforza come marchese della Marca, dominio che sarebbe terminato nel 1444.

La signoria dei Chiavelli svolse un ruolo importante nella crescita della città. I Chiavelli erano tra l’altro anche proprietari o affittuari di gualchiere per la produzione della carta. Sotto di loro furono costruite chiese e  monasteri ed ebbe grande impulso la pittura, già affermatasi nel secolo precedente con il Maestro di Campodonico, con Francescuccio di Cecco Ghissi e soprattutto con Allegretto Nuzi. Ad esempio nel 1405 Chiavello Chiavelli acquistò l’eremo di S. Silvestro Abate, che forse in quell’occasione si adornò del prezioso polittico di Gentile da Fabriano che le spoliazioni napoleoniche avrebbero portato alla Pinacoteca di Brera di Milano nel 1811. Fu proprio sotto la signoria dei Chiavelli che operò il grande Gentile e si costituì la cosiddetta Scuola fabrianese di pittura, improntata alle forme del gotico cortese.

Lentamente nel corso del XV, e ancor più, del XVI secolo, incominciarono a manifestarsi i primi segni del declino economico di Fabriano. La ragione principale va ricercata nel fatto che, stimolata dall’invenzione della stampa, l’arte della carta si era diffusa ormai in altre regioni. Ma vi furono anche ragioni politiche, in primis il dominio di Francesco Sforza, poi la perdita di autonomia della città passata sotto il controllo diretto dello Stato della Chiesa, le gravi tensioni interne che ne seguirono cullimate nel 1519 con la defenestrazione di due magistrati, infine nel 1517 il duro  saccheggio che le truppe spagnole e napoletane del vicerè di Napoli Ugo di Moncada inflissero alla città. La crisi della manifattura e del commercio della carta di Fabriano continuò per tutto il Cinquecento e sarebbe stata arrestata solo, per opera di Pietro Miliani, alla fine del Settecento.

Dal Cinquecento a oggi

Dal saccheggio del 1517 al 1610

Il Cinquecento non fu un secolo felice per Fabriano. Al tremendo saccheggio subito nel 1517 da parte delle truppe spagnole seguirono discordie civili e diverse ribellioni (due magistrati furono defenestrati a furor di popolo nel 1519) che avrebbero portato alla graduale perdita dell’autonomia comunale. Nel 1520 la città acclamò come suo governatore il cardinale Giulio de’ Medici, il quale, eletto papa tre anni dopo con il nome di Clemente VII, la annesse alla Marca di Ancona. Le discordie non cessarono perché i sostenitori dei Chiavelli, precedenti signori della città, non accettavano il nuovo ordine “ecclesiastico”. Si giunse a una pace tra le fazioni nel 1589 che migliorò la vita civile, tuttavia le condizioni dell’economia non erano più floride come nel secolo precedente anche a causa di pestilenze (1527, 1591), carestie (1590) e terremoti che si ripeterono nel corso del Cinquecento. I terremoti sarebbero stati un costante flagello per Fabriano, fino a quello del 1997.

La manifattura della carta continuava a essere una delle attività economiche più importanti della città (anche il celebre tipografo Aldo Manuzio agli inizi del Cinquecento usava carta fabrianese), ma essa subiva ormai la concorrenza di altre regioni d’Italia e ciò portò a un rallentamento della produzione. Nel 1557 la Corporazione dell’arte della Carta fu trasformata nell’Università dei Cartai, il che significò la perdita della rappresentanza della categoria nel Comune. Le altre attività economicamente rilevanti erano quelle della lana, dei fabbri, dei mercanti e dei calzolai.

Intanto la vita religiosa cercava di riformarsi. È da segnalare che il primo capitolo generale del nuovo Ordine dei Frati Cappuccini (sostenuto dalla duchessa di Camerino Caterina Cybo) si tenne nel 1529 nell’eremo dell’Acquerella, in territorio fabrianese.

Collegata alle committenze degli ordini religiosi era la vita artistica, che negli ultimi decenni del XVI secolo e nei primi anni del XVII è rappresentata a Fabriano soprattutto dal caldarolese Simone De Magistris (1538-1613), notevole pittore manierista da qualche critico accostato a El Greco per il carattere visionario della sua opera.

Questo periodo tormentato della storia di Fabriano si chiuse nel 1610 con la perdita dell’autonomia comunale, quando papa Paolo V abolì l’istituzione del podestà elettivo. La città diventò sede di governatorato e il palazzo dei podestà divenne residenza dei governatori prelati.

Il governatorato

Con il governatorato il potere amministrativo fu concentrato nelle mani di poche famiglie e venne abolito anche formalmente quel “regime delle Arti” che aveva accompagnato la storia del Comune fin dalla sua origine.

Il Seicento fu un secolo di crisi per le manifatture fabrianesi, anche se esse non sarebbero mai scomparse. Quella della carta subì un nuovo colpo dal diffondersi in Europa di nuove tecniche di produzione, quando il cilindro olandese sostituì la pila a magli multipli.

Di notevole interesse sono le opere del medico comunale di Fabriano Francesco Scacchi (1577-1656), autore tra l’altro di un volume De salubri potu dissertatio (1622) nel quale illustrò la modalità di preparazione dello spumante in notevole anticipo sul francese Dom Perignon. Altra gloria fabrianese di questo periodo è Francesco Stelluti (1577-1653), che nel 1603 fondò a Roma con tre giovani amici l’Accademia dei Lincei, prima, anche se effimera, accademia scientifica d’Europa.

Anche sotto il governatorato operarono a Fabriano insigni pittori, come il fiorentino Andrea Boscoli, che lasciò nel monastero di San Luca i suoi capolavori (Annunciazione, Madonna e santi e Natività ora nella locale Pinacoteca), e il pisano Orazio Gentileschi, che eseguì pale d’altare e affreschi per il Duomo e per la chiesa di S. Benedetto.

Nel 1694 i gesuiti, già presenti in città da quasi un secolo, aprirono un collegio. Nel 1728 Fabriano riuscì a farsi dichiarare città da papa Benedetto XIII e quindi a diventare sede vescovile, sia pure congiunta a Camerino.

Pietro Miliani e la ripresa dell’industria cartaria

Gli ultimi decenni del Settecento videro la rinascita dell’industria della carta che aveva attraversato un lungo periodo di declino; se nel 1711 si contavano a Fabriano solo due cartiere, alla metà del secolo il loro numero era salito cinque, il che ne faceva pur sempre il principale centro cartario dello Stato Pontificio. La ripresa si dovette all’intraprendenza di Pietro Miliani (1744-1817) che associandosi con il nobile Vallemani nel 1782 diede vita alla cartiera che portava il suo cognome. Miliani seppe innovare le tecniche (costruì egli stesso i cilindri olandesi) e diversificare la produzione cartaria. Inventò, tra l’altro, la carta velina, molto apprezzata dagli artisti per disegni e incisioni (Antonio Canova era tra i suoi clienti) e nel 1812 era in grado di produrre ben 71 diversi tipi di carta. I suoi eredi Giuseppe e Giambattista sarebbero riusciti ad assorbire quasi tutte le altre piccole imprese operanti a Fabriano nel settore cartario. Tra i gloriosi cartai fabrianesi dell’Ottocento vanno menzionati tuttavia anche Carlo Campioni, che riuscì per primo in Italia a ottenere carta dalle più diverse fibre vegetali, oltre che dagli stracci di canapa, lino e cotone, e i Fornari, concorrenti dei Miliani in attività fino al 1902, che si erano specializzati nella filigranatura dei fogli.

Una città industriale

Durante il convulso periodo napoleonico, con il quale si concluse l’epoca del governatorato, Fabriano seguì la sorte delle altre città delle Marche, fino alla Restaurazione. Notevole fu il contributo dato da Fabriano al Risorgimento: ben 500 furono i volontari nelle guerre di Indipendenza. Dopo l’Unità d’Italia fu assai importante per la città l’apertura, avvenuta nel 1866, della linea ferroviaria Roma-Ancona che le consentiva un facile collegamento con la capitale. Le cartiere Miliani stabilirono rapporti sempre più stretti con lo Stato fino a fornire la carta per fabbricare i biglietti di banca (1902). A fine Ottocento le cartiere di Fabriano erano una delle poche realtà industriali moderne delle Marche e al loro interno si affermò il primo movimento sindacale.

Nel corso del Novecento la città è andata sempre più caratterizzandosi come centro industriale. Nel secondo dopoguerra ha conosciuto un rapido sviluppo l’industria di elettrodomestici Ariston, fondata da Aristide Merloni, che nel 1970 sarebbe arrivata a occupare circa 2.000 dipendenti.

Negli ultimi anni Fabriano ha valorizzato sempre più la sua storia e le sue tradizioni culturali attraverso la creazione del Museo della Carta e della Filigrana (1984), la ricca Pinacoteca Civica, le mostre d’arte (di importanza internazionale quella dedicata nel 2006 a Gentile) e rievocazioni storiche come il Palio di S. Giovanni.

A cura di Pier Luigi Cavalieri

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