Il pittore del bello assoluto

Camerano 1625 – Roma 1713 

Nella storia della pittura italiana, quella di Carlo Maratti (o Maratta) resta una vicenda del tutto particolare: tanto velocemente egli assurse a fama di grande artista in vita, altrettanto velocemente fu dimenticato alla sua morte, anche con una revisione critica dei giudizi sulla sua arte.

Il suo apporto al gusto artistico del tempo, così ricco di contraddizioni nell’età del barocco, fu notevole, e la sua aspirazione alla bellezza assoluta ne fece in poco tempo l’artista più acclamato della Roma papalina.

Era nato a Camerano da umile famiglia schiavona sfollata nelle Marche dopo l’invasione turca dell’Illiria, il 15 maggio 1625. Il pievano di Massignano, che ne aveva intuito le grandi qualità artistiche, ottenne per lui l’aiuto di una nobile famiglia locale grazie al cui sostegno andò a Roma nella bottega di Andrea Sacchi.

La sua grande osservazione, la minuta, paziente ricerca della bellezza lo portarono gia dai primi anni a riprodurre opere dei grandi artisti del passato, cosa questa che autorizzerà i critici dei secoli succesivi (Lanzi e Ricci principalmente) a riconoscergli un sovrano mestiere ma poca forza creativa.

Tornato nelle Marche per breve periodo, si stabilì definitivamente a Roma nel 1650 e proprio di quell’anno è la grande “Natività” per san Giuseppe dei Falegnami, considerata la sua prima opera in quanto andati perduti i suoi lavori giovanili della permanenza marchigiana (si ha solo un’incisione di un’Assunta per la chiesa di Massignano).

Nella Roma dove il gusto stava cambiando e dove si intrecciavano i contributi dei maggiori artisti del tempo, “Carluccio dell’Andrea Sacchi” come lo chiamavano i colleghi, irruppe con un linguaggio prossimo alla perfezione che aveva ormai fatto suo il meglio di tutti i grandi artisti che lo avevano preceduto.

Il suo “superamento della natura per virtù dell’idea” portò sulle tele il concetto assoluto della bellezza, anche sacrificando la forza creativa. Mettendo insieme le esperienze del classicismo con quelle del barocco meno forzato, Carlo Maratti raggiunse “quell’equilibrio acrobatico e difficile tra antico e moderno, tra classicismo e barocco”.

L’avvento al soglio pontificio di Alessandro VII, che per il Maratti ebbe grande stima ed al quale commissionò grandi opere, rappresentò la grande svolta e la definitiva consacrazione del pittore, ormai famoso in tutta Europa.

La sua attività fu intensa, essendo al centro di committenze. Sue opere sono ancora nella chiesa del Gesù, in Santa Maria del Popolo, Santa Maria degli Angeli, San Carlo al Corso, Santa Maria sopra Minerva. Famosa la pala di Ancona (“Madonna in gloria fra Santi”) del 1672. Altre, soprattutto di carattere mitologico e classico, sono custodite nelle maggiori collezioni e nei maggiori palazzi di Roma e delle famiglie più in vista d’Europa.

Protagonista vivace ed attivo della vita culturale romana, fu principe dell’Accademia di San Luca. Nel 1693 Innocenzo XII lo nominò custode delle pitture dei palazzi vaticani, nel 1704 Clemente XI lo creò Cavaliere dell’Ordine di Cristo. Protesse giovani artisti marchigiani aiutandoli in diverse botteghe, e si tenne sempre in ottimi rapporti con gli artisti del suo tempo.

Al suo grande successo fece da contraltare una vita familiare agitata, con due matrimoni e vicende oscure legate alla figlia Faustina, poetessa arcade, una delle più belle donne di Roma. Morì a Roma il 17 dicembre 1713 ed è sepolto in Santa Maria degli Angeli nella tomba che egli stesso disegnò.

Maratti fu un interpete raffinato del suo tempo, seppe mediare le esperienze artistiche di una epoca in grande evoluzione. Non innovò, ma in lui il disagio delle grandi scuole pittoriche trovò un equilibrio come scrisse più tardi il Mengs: “ei sostenne la pittura in Roma che non precipitasse come altrove”.

Giovanni Martinelli

 

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