Camerata Picena, la storia

Camerata Picena sorge su un'altura di 125 metri situata sulla destra del fiume Esino, a pochi chilometri dalla foce. Si estende su una superficie di 12 Kmq. Conta 2.380 abitanti circa. Il nome deriverebbe dal toponimo umbro camars: luogo fortificato dalla natura, luogo fortificato e sicuro. Il termine Picena è stato invece aggiunto dopo l'unità d'Italia ( 1860) per distinguerla da altre località italiane con lo stesso nome.
In età romana probabilmente il castrum di Camerata ospitò un presidio militare per la difesa del territorio. Le zone collinose della bassa Vallesina furono, infatti, sicuramente abitate nel periodo della colonizzazione romana e fecero parte dell'ager anconitanus. Nell' XI secolo, durante le invasioni saracene, Lodovico II, imperatore del Sacro Romano Impero, diretto con il suo esercito nell'Italia inferiore per arrestare la marea dei Musulmani, si accampò nella zona di Camerata e nel castello pose il tribunale militare che puniva i fautori dei disordini nelle terre della Pentapoli e dell'Esarcato.
Comunque il territorio dopo le invasioni barbariche entrò a far parte dei possedimenti del monastero benedettino ravennate di San Severo in Classe. Lo conferma un documento del 1029 dell'imperatore Corrado II, detto il Salico.

Dopo l'insediamento dei cistercensi nella bassa valle dell'Esino, intorno alla metà del XII secolo, si assistette a una ripresa economica dovuta alla vasta opera di bonifica avviata dai monaci.

Il territorio di Camerata, ora sottoposto ai cistercensi sotto la giurisdizione chiaravallese, nel corso della seconda metà del Duecento acquisì sempre maggiore importanza passando da semplice nucleo abitato a castello, inteso come un insieme che comprendeva una fortificazione e un borgo cintato dove era presente anche una chiesa parrocchiale.

Il castello assunse nella zona compiti di difesa e, collocato com'era ai confini di Ancona e di Jesi, fu coinvolto nei frequenti scontri tra le due città, ognuna delle quali intendeva allargare il proprio territorio a spese dell'altra. Quando Ancona puntò alle terre a sinistra dell'Esino per espandere il proprio contado, Camerata rappresentò il suo avamposto per le numerose scorrerie nel territorio jesino ( 1307). Lo scontro arrivò domenica 7 giugno 1309 nella piana di Camerata, in quella che fu chiamata appunto la battaglia di Camerata. Si scontrarono da una parte i Guelfi guidati da Ancona (di cui facevano parte anche Ascoli, Senigallia, Numana, Ripatransone ed altri comuni minori), avversi al papa avignonese Clemente V, con a capo Poncello di Orso ( della famiglia degli Orsini di Roma) e dall'altra i Ghibellini guidati da Jesi ( di cui facevano parte anche Osimo, Macerata, San Severino, Forlì e altri castelli notoriamente ghibellini) capeggiati da Federico ( trisavolo del più famoso Federico II di Montefeltro, signore di Urbino) conte di Montefeltro, figlio del conte Guido. I cronisti affermano che la battaglia fu la più sanguinosa che fosse stata combattuta nei dintorni ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini e che nella campagna in quel giorno scorse parecchio sangue, così da insanguinarla tutta, tanto che, si narra, per parecchio tempo anche le erbe che vi nascevano furono amare. Gli Anconetani sconfitti furono inseguiti fino ad Ancona e uno jesino giunse a piantare lo stendardo della sua città nei merli della porta di Ancona. Quindi le forze anconitane furono debellate, la città dorica perse il nerbo del proprio esercito, il carroccio ed i vessilli. I prigionieri furono condotti a Jesi coi loro carrocci, gli stendardi, le armi catturate; essi furono fatti sfilare al pubblico ludibrio, le loro bandiere ed i loro vessilli strappati e trascinati nel fango, mentre le teste degli uccisi erano portate in corteo sulla punta delle lance. In quell'occasione il castello di Camerata venne distrutto e saccheggiato insieme alle campagne circostanti dagli Jesini, che fecero pagare cara ai Cameratesi la fedeltà ad Ancona. Il castello venne riedificato e ripopolato nel 1389 solo grazie all'interessamento dei conti della Genga, che avevano bisogno di sistemare venticinque famiglie di un loro possedimento. Essi fecero richiesta al comune di Ancona il quale ricostruì il castello, le case, la chiesa e concesse loro molti privilegi affinché venissero ad abitarvi e rimanessero fedeli alla città di Ancona. La ricostruzione del castello di Camerata venne ultimata nel 1392.

A partire dalla seconda metà del XVI secolo, Camerata e i suoi dintorni furono, forse per la mitezza del clima, luogo privilegiato di villeggiatura per alcune nobili famiglie anconetane.
Durante il periodo napoleonico ( 1797-1799), molti possedimenti a Camerata furono espropriati alla Chiesa e passarono al Regio Demanio; negli anni tra il 1808 ed il 1815 Camerata passò sotto la giurisdizione del viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone, e quegli stessi beni furono assegnati in "Appannaggio" al viceré d'Italia. Nel 1816 Camerata ritornò sotto il dominio pontificio con la restaurazione, e allo stesso tempo si liberò del dominio storico di Ancona; infatti il paese fu sottratto definitivamente alla giurisdizione anconitana divenendo indipendente e fregiandosi dell'autonomia comunale.

Nell'ottobre 1860, a seguito della battaglia di Castelfidardo e della resa delle truppe pontifice, avvenne nella nostra regione il passaggio dei poteri dal Papa al Regno Sabaudo.

Camerata riuscì a mantenere l'autonomia comunale; il primo sindaco fu il conte Innocenzo Scalamonti, appartenente ad una delle più antiche famiglie nobili anconetano-cameratesi proprietaria della casa oggi adibita a Municipio e acquistata dal Comune all'inizio del Novecento.

Il fatto che Augusto Scalamonti, figlio di Innocenzo, vendesse la propria casa di famiglia e decidesse di impiegarsi in Comune come scritturale è certamente sintomo delle difficoltà economiche del casato, nonostante a quei tempi possedesse ancora molti terreni.

Con il dopoguerra vi furono cambiamenti sociali ed economici, le aziende nella zona del Molino Americano chiusero e furono abbandonate. La terra  non consentì più condizioni di vita dignitose e in più negli anni sessanta il miracolo economico creò nel settore industriale nuovi posti di lavoro e nuovi modelli culturali e consumistici. Da qui iniziò lo spopolamento del paese; molti( soprattutto ex-mezzadri) andarono ad abitare in città o nei centri in pianura vicino alle industrie che davano lavoro.

Il processo di spopolamento si arrestò proprio all'inizio degli anni ottanta e piano piano iniziò il ripopolamento e la crescita della popolazione.

Foto e testi (rielaborati) dal sito www.comune.cameratapicena.an.it

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  • citta: CAMERATA PICENA
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